
19/07/2009
INTERVISTA
A
GABRIELE
ADINOLFI
SU
TERZA
POSIZIONE
1 - Terza
Posizione è stata innovativa nel panorama politico Italiano, e non solo;
Qual è
stata, secondo la sua esperienza, il motivo trainante?
Non ci sono stati motivi trainanti; come accade quando nascono esperienze
significative si è verificata la
congiunzione quasi magica di diversi fattori. Il momento storico era unico: le
destre estreme irrimediabilmente sconfitte nei loro tentativi volti alla presa
del potere, la crisi di orizzonti dei
ribelli rossi con l'avvio della seconda ondata di contestazione generazionale,
l'imbarbarimento dello Stato nell'alleanza Dc-Pci, il cestinamento politico del
Msi, la “strategia della tensione” operata dai servizi nostrani con regie e
partecipazioni inglesi e israeliane, una guerra civile d'élite e una situazione
che poteva essere pre-rivoluzionaria o pre-golpista e che poi si dimostrò
pre-golpista perché sfociò nel golpe “consociativo”: tutti questi fattori
crearono delle condizioni molto speciali. In quel momento non si poteva più
ragionare in termini di presa del potere e neppure di competizione democratica.
Fu così che chi propose una logica politica assolutamente diversa, quella del
“contropotere” fondato sullo spirito di “militia” si ritagliò uno spazio importante.
Non si trattava solo di slogan o di intuizioni,
era la sintesi di un buon decennio di travaglio che aveva attraversato l'intera
ultradestra nr, travaglio che si riversava in TP da Avanguardia Nazionale (con
Peppe Dimitri e i suoi fedelissimi) da Lotta
di Popolo (con Walter Spedicato ed il sottoscritto) e dalla brevissima parentesi Ordine Nuovo -
Anno Zero (con i più giovani Roberto Fiore e Vincenzo Piso) . Infine, a causa
della consueta decapitazione delle dirigenze della destra estrema da parte della
repressione, ci trovammo a gestire il tutto essendo giovanissimi, il che ci
consentì di parlare il linguaggio della
nostra generazione e di fare perciò particolarmente presa. Avvenne così che,
con parole moderne e comunicative, riuscimmo ad esprimere concetti che ci
precedevano e ai quali ci rifacevamo restando in una precisa e ineludibile
linea di continuità con i nostri riferimenti storici, simbolici, ideali e
culturali.
*
2 - I
quattro punti per vivere e lottare, sono stati fondamentali per la crescita di
Terza Posizione;
Oggi come
ci si rapporta?
La
tradizione?
L’indipendenza
Nazionale?
L’antimperialismo?
La
militanza?
Non mi fossilizzerei su cristalli concettuali.
Ogni epoca richiede la capacità d'interpretarla e di rispondervi
adeguatamente, partendo ovviamente dalle
Idee, ma offrendo loro gambe autentiche e non protesi.
Diciamo che la Tradizione deve essere
intesa come ciò che – soprattutto dal punto di vista delle gerarchie
concettuali e valoriali – precede le
scelte e le detta. Interpretarla come un insieme di costumi antichi da copiare
o di vecchiezze in rovina da difendere è ben altra cosa. Che serve solo a dare
sfogo alle nevrosi dei refrattari, degli angosciati, degli inaciditi, dei vinti
dentro e degli impotenti. TP non cadde in quest'equivoco.
In quanto all'anti-imperialismo noi
vivemmo l'ultimo periodo di quel sogno a scala internazionale che era stato
tanto bene impersonato da Peron; oggi il quadro mondiale è cambiato. Basti
pensare al fatto che quasi tutti i movimenti
guerriglieri sono armati dai potenti e spacciano droga: siamo in un
altro mondo rispetto a ieri. Ma chi si
batte ancora con quello spirito merita tutto il nostro impegno, com' è il caso
dei Karen.
Anche l'indipendenza nazionale va
costruita in un quadro più ampio seguendo o tracciando diversi assi
geo-politici, culturali ed energetici: l'autarchia è impensabile anche se
un'autonomia frugale potrebbe sempre produrre molto. Ma l'Italia è impensabile
senza l'Europa, intesa come potenza e mito.
In quanto alla “militia” che è qualcosa di
più di “militanza” essa è essenziale come spartiacque per ogni cosa della vita.
Non va però confusa con le mimiche, non va risolta in un atteggiamento, non si
esaurisce nel gridare più forte, né nell'odiare, offendere e deridere tutto
quello che non fa parte della tribù urbana di appartenenza o che non rientra
nel codice ideologico che – purtroppo – in molti usano oggi per surrogare le
idee.
Per intenderci: conta l'essenzialità che nulla ha a che vedere con certe
interpretazioni con mascella serrata,
sguardo allucinato perso nel nulla a simulare un sogno e totale chiusura
mentale, gesticolazioni che vengono spacciate per prove di “durezza e purezza”,
la quale ultima, poi, lascia spesso a desiderare. Partirei dall'umiltà e dal
voler apprendere. Chi ha montato per quattro anni la Guardia d'Onore a
Predappio sa di cosa parlo: sono le persone semplici e silenziose che non ti
aspetti nemmeno d'incontrare che t'insegnano ad essere quello che pretenderesti
di essere. Non dico che chi non ha montato la Guardia non possa saperlo, ma è
molto più difficile. Oggi però non è epoca di sacrifici ma di autocelebrazioni.
Anche nel dare. Tutti fanno qualcosa. Ma la dedizione assoluta, quella di
Popoli nella terra Karen e di Casa Pound Italia per ben due mesi ininterrotti a
Poggio Picenze (L'Aquila), è prerogativa di pochissimi. “Militanza” dovrebbe
significare andare con loro, o fare come loro o almeno mettersi a loro
disposizione. Invece a tanti basta fare un gesto nella direzione in cui altri
impegnano la vita per sentirsi presuntuosamente alla pari con loro, a posto con
la propria coscienza (in realtà dubito che tutti sappiano cosa significa
esattamente la parola) e magari si ritengono anche esemplari. E possono ritenersi tali solo perché mettono in
scena, innanzitutto con se stessi, la “militanza” senza viverla. La pretendono,
l'inscenano e ne godono il sapore: ciò accade perché vivono nella virtualità e
con la mentalità del fascio-consumatore.
Quanta più militanza c'è nel volontariato che in molti gruppi che si vorrebbero militanti!
*
3 - Perché la militanza, il fare testimonianza con la presenza, il dare esempio, l’avanguardia, dava o dà fastidio?
Non esaltiamoci troppo; ci odiavano e basta e ci
odiavano perché vedevano in noi i continuatori di coloro che ci avevano
preceduto. Demmo poi fastidio quando approdammo nel sociale. La militanza,
l'essere esempio, l'essere avanguardia procurava stizza solo ai gruppi chiusi,
ai vertici, ai clan, ai capi branco della nostra area. E lo stesso avviene oggi
in chi ricopre tali ruoli che puntualmente reagisce così nei confronti di chi
fornisce esempi. Costoro sono regolarmente visti con sospetto e si prova a neutralizzarli o a tenerli alla
larga per gelosia e timore. E' accaduto addirittura con la Guardia d'Onore
oltre che con Casa Pound ed è avvenuto proprio da parte di chi avrebbe avuto il
dovere etico, morale e spirituale di sostenerle, specie la prima. Col tempo
cambia chi riveste i ruoli, ma quando gli uomini si sentono pieni di sé,
autoreferenziali, egocentrici, ragionano molto in piccolo. Bisogna darlo per
scontato e andare oltre. Facendo sì, per quanto riguarda noi stessi, di non
lasciarci abbindolare dalle sirene del “potere” lillipuziano che corrode anche
gli animi più forti.
*
4 - La
rivoluzione è come il vento!
In che
senso?
Nel senso che bisogna sapercisi affidare, che gli
si devono consegnare i germogli da lasciar fiorire lì dove li porterà e non
pretendere di guidarlo e meno che meno di prenderci, noi, per il vento; che
bisogna saperlo ascoltare.
Ascoltare: insisto su questo punto. Per
rivoluzionare bisogna ascoltare e interpretare e non gridare, contro vento
appunto, delle verità dogmatiche e delle soluzioni pretes-à-porter.
Si deve saper leggere cosa accade ed essere capaci di riconoscere gli uomini, le cose, i concetti, le funzioni, al di là delle maschere. Gli antichi effettuavano le fondazioni e sacralizzavano gli spazi partendo da questa logica, dopo aver riconosciuto tempi e luoghi. Chi al vento invece vuole imporre leggi prescritte dimentica che “il vento non sa leggere” perché non ne ha bisogno essendo manifestazione del Verbo. Dobbiamo saper leggere noi che siamo condannati alla ragione, ma solitamente declamiamo a voce alta da un crocevia, il che non è la stessa cosa. Siamo analfabeti che agitano tavole delle leggi.
*
5 - E’
sempre convinto che qualsiasi tipo di movimento politico va migliorato e
potenziato dall’interno?
Non so, non credo. Meglio lasciarli morire se sono discentrati, malati, distorti o fuori strada.
*
6 - Qual
era lo spirito di Terza Posizione?
Antico e moderno. Etico e ribelle. Rivoluzionario
e disciplinato. Ieratico e scanzonato. Gerarchico e comunitario. Gioioso e
tragico.
*
7 - I
successi e le sconfitte ideologiche?
Irrilevante.
*
8 - I
rapporti di Terza Posizione con il M.S.I.
E le altre
entità politiche di allora?
Non parlavamo la stessa lingua e non avevamo gli
stessi scopi, né il medesimo sguardo. Ovviamente molti ambienti missini ed
anti-parlamentari ne entrarono in empatia con noi e di lì arricchimmo le nostre
fila. Poi subentrò la lotta armata ma per parlare di questo servirebbe uno
spazio a parte.
*
9 - Né
fronte rosso né reazione;
è sempre
attuale?
Come
spiegarlo oggi?
Oggi sono entrambi miscelati nella Cosa Grigia. Che è un sistema internazionalista, a forte pregiudizio biblico, fondato sulla mentalità comunista, l'anima progressista e la meccanica liberista. Oggi, quindi, lo slogan è improprio e inattuale. Il problema va affrontato altrimenti. Come dicevo più su, ogni epoca richiede la capacità d'interpretarla e di rispondervi adeguatamente, partendo ovviamente dalle Idee, ma offrendo loro gambe autentiche e non protesi.
*
10 - Rivoluzione
come e con quale modello di ideologia?
Evitiamo di dare definizioni dotte o, appunto,
ideologiche. Rivoluzione, in termini concreti, significa trasformazione
radicale di un modello di vita – sia individuale che collettivo - che non può verificarsi se non si mutano
tutte le relazioni di causa e di effetto su cui si basa la società. Dunque le
gerarchie valoriali e i criteri su cui si fonda tutto e, perciò, lo stile di
vita e le priorità quotidiane su cui si articola l'esistenza.
Chi senta una pulsione rivoluzionaria – ovvero
chi non pensi che sia sufficiente migliorare qua e là qualcosa per migliorare
il tutto – può avere la tentazione di fare la rivoluzione o puntando all'Utopia
(l'isola che non c'è), dunque fondando il tutto su una sorta di divenire
messianico ed escatologico in terra, oppure sul Mito (che è “espressione del
Logo”).
Il Mito è qualcosa che fu e che si ripete, anzi che è.
Il Mito, quindi, non solo è modello ma è modello compiuto. Soprattutto il Mito
ha in sé qualcosa che l'Utopia non possiede: detta ad ognuno la necessità di
modellarsi su di esso e sugli archetipi che lo esprimono (che sono identici, da
Catilina a Pavolini). E il livello di adesione all'archetipo è verificabile,
quindi l'accrescimento è possibile, a patto di essere onesti con se stessi.
Per chi, come me, non ritiene valida e forse
neppur possibile, una rivoluzione fondata sull'Utopia ma solo sul Mito,
consegue che la priorità assoluta è la rivoluzione in se stessi, ogni giorno.
(Da cui si comprende il mio “Il primo nemico sei tu”) Si tratta, come dicevo
più su, di effettuare fondazioni e di sacralizzare spazi.
Quindi rivoluzione è innanzitutto azione
costruttiva, formatrice e creativa, è azione positiva. Non è “antagonismo”
sterile ed eccitato, non è reazione scomposta e di fronte ai gossip della
politica, non è simulazione auto-ingannatrice di alternative politiche
infondate che si vorrebbero aggregare intorno a dei refrattari immaturi in
quanto mentalmente adolescenti, che non significa né giovani né fanciulli ma
fragili incompiuti.
Rivoluzione è cambiamento quotidiano, nella
rispettanza dei criteri, nell'incarnazione dei princìpi, nella creazione
di valori, nella realizzazione della giustizia in tutti i campi.
Il fatto che nella destra terminale si parli
tanto di difesa dei valori e non si faccia menzione dei princìpi, confondendo
quindi il contingente con l'essenziale, indica il livello di sbandamento e di
s-radicamento cui è giunta, precipitando, quest'area. Ma non si tratta solo di
questo; pretendere di battersi per dei “valori” (che sono sempre e comunque
codici da seguire) significa abbandonare l'introspezione e la severità verso se
stessi che è obbligatoria quando si vuole “essere” esempio e non invece
“predicare”. Ed è così che siamo giunti all'assurdo, generalmente condiviso
nella destra terminale, di provare un'intransigenza verso tutti gli altri e
un'indulgenza per se stessi. Che va dal
rapporto tra area e fuori, a quello tra
gruppi e clan all'interno del recinto, fino alla relazione di ognuno con gli
altri del suo stesso branco: è un'orgia di presunzione individualistica.
Rivoluzione richiederebbe esattamente l'opposto. Ma cosa pretendere da chi,
aggrappandosi a moralismi e integralismi di ogni genere, ha finito di essere
esempio (ovvero di partecipare al “ciclo eroico” che generò i fascismi) per
indicarlo additando un insieme di proibizioni e di obblighi diventando, così,
un lungo indice deforme?
La rivoluzione parte da sé: quindi inizia da una rivoluzione culturale che ci liberi dalle
infezioni ideologiche che si sono accumulate negli anni e soprattutto ci
consenta di realizzare una “polarizzazione” che ci permetta di “ritrovare il
nord”. Rivoluzione significa, al tempo stesso, creazione di spazi liberi e
acquisizione di potenza e di volontà.
Nulla ha invece a che fare con il ruolo da
recitare nell'avanspettacolo della politica o con la formazione di ipotetiche
unità di destre estreme coese nella caricatura e nella nebbia.
Questo è l'essenziale, il centrale. Poi entriamo
nell'opinabile, nel come rispondere all'epoca interpretandola e nel come
offrire gambe e non protesi alle Idee (le ideologie, materialistiche o
religiose, sono invece la fabbrica delle protesi). Nel come, cioè, essere
romani, ghibellini, fascisti oggi. Qui il dibattito è aperto.
Sono anni che spiego come penso che ci si debba rapportare con i
diversi livelli del potere, con la società e con la cultura, ed ho abbozzato un
modello e un metodo. Noto che da quando, nove anni orsono, sono rientrato in
Italia, è cresciuto a dismisura il
numero di persone che si muovono, con successo, nelle linee che ho teorizzato.
Ma, attenzione, non è per falsa modestia se affermo che il mio merito è
relativo: ho solo colto l'anima delle cose, non ho insegnato e non ho prodotto
chissà ché, ho saputo ascoltare e anche un po' interpretare. Sui metodi e sui
modi che suggerisco non posso comunque dilungarmi perché ci servirebbe qualche pagina. Rimando al mio
“Quel domani che ci appartenne” edito da Barbarossa e al mio documento politico
“Sorpasso Neuronico” che è scaricabile da www.noreporter.org, terza icona dall'alto sulla colonna di sinistra. Noreporter lo curo
quotidianamente e intanto seguo diverse realtà politiche (prima tra tutte Casa
Pound ma anche frange interessanti sparse a macchia di leopardo ovunque e
schierate sotto diverse etichette), sono appassionato ammiratore di Popoli,
partecipo attivamente alle iniziative del Soccorso Sociale, coordino il Centro
Studi Polaris (autore di studi attuali su problematiche attuali quali la
geopolitica della droga o l'immigrazione o i terremoti geo-politici e
finanziari). Le “teorizzazioni” prendono solo una parte non essenziale del mio
tempo, molto di più è dedicato ad azioni volte in varie direzioni. A
dimostrazione del fatto che intenda la rivoluzione come qualcosa che non solo
va compiuta tutti i giorni ma che va realizzata meticolosamente, organicamente,
in modo complesso e senza l'angoscia dei rivolgimenti immediati e, men che
meno, dei riconoscimenti pubblici. Una cosa che mi ha francamente sorpreso è
scoprire quanti di coloro che dovrebbero condividere l'Idea del mondo che ci
dovrebbe formare sono invece sensibili alle lusinghe, alla vanità, agli esiti
personali e a risultati da raggiungere con
gambe corte essendo invece del tutto preclusi a qualsiasi impegno che
non prometta frutti immediati e non veda
loro al centro delle onorificenze. Rivoluzione è, innanzitutto, lasciarsi
indietro questa gente. Ecco perché ogni illusione di accordo tra quelli che
vivacchiano su porzioni di un'area implosa è priva di senso. Non soltanto
perché questa presunta area, patologie a parte, non ha alcuna ragione per
sentirsi differenziata dal mondo e non ha dei confini invalicabili tranne per
chi si compiace di giacere nel ghetto, ma perché i suoi rappresentanti
convivono con tanti e tali di quei difetti individualistici, democratici,
rassistici e borghesi che si fa prima ad ignorarli e a tirar dritto che
a disilludersi per la costruzione sbilenca
dell'ennesima torretta di Lilliput/Babele.
*
11 - Secondo
lei è l’uomo che rende dannosa un’ideologia?
O
l’ideologia che rende cattivo l’uomo?
L'ideologia serve a fuorviare l'uomo dal buon
senso e dal criterio, a fargli rifiutare, spesso per ambizione o presunzione,
il ruolo che gli compete. A rendere “cattivo” l'uomo è il fatto di ricoprire
ruoli non suoi o funzioni inadeguate, quindi di non essere “in ordine”, in
gerarchia. Il “male” per gli Elleni era “assenza di bene” intesa più
precisamente come “errore di relazioni”, gerarchiche ovviamente. Diciamo che le
ideologie instupidiscono gli uomini ma che uomini non del tutto instupiditi, o
magari forti e centrati, escono immuni dal contatto con le ideologie. Politiche
o religiose che siano. Ed è invece il
riconoscere e l'assumere le giuste relazioni gerarchiche tra uomini e uomini,
tra doveri e valori che li rende fecondi, attivi e felici.
*
12 - Il
domani ci appartiene!
E’ ancora
realtà per i nostri giovani?
Il domani è di chi è capace di edificarlo. Non so
cosa tu intenda per “i nostri giovani”:
i giovani italiani? Non so, ma non condivido le percezioni apocalittiche
del presente e del futuro che sono così frequenti nella destra terminale. Ci
sono elementi per il pessimismo, altri per l'ottimismo. Questi ultimi sono
molto maggiori oggi che vent'anni fa comunque, contrariamente al disfattismo
arrogante che attanaglia chi si sente superiore e isolato.
*
13 - Su
gli atti processuali contro Terza Posizione,
il
pubblico ministero sostenne che:
Il
militante di Terza Posizione compie un reato contro la personalità dello Stato
anche e solo col proprio essere presente….
Perché?
Perché non avevano elementi concreti contro di
noi e perché ci consideravano come gli eredi di quello che avevano sempre
odiato e che noi avevamo scelto come mito. E che mise paura davvero a certi
uomini. Ci considerarono perciò molto, ci esaltarono.
*
14 - Dei
tanti militanti di Terza Posizione chi ricorda con più affetto?
Quelli che non sono più qui come Francesco
Mangiameli, Nanni De Angelis, Fulvio Cellini, Walter Spedicato e Peppe Dimitri
(che fu il nostro vero e proprio Rex) e quelli che sono ancora in prigione come
Luigi Ciavardini e Pasquale Belsito.
*
15 - Qual
è stata la causa determinate per lo scioglimento di Terza Posizione?
La ristrutturazione del potere dettò l'obbligo di far fuori tutte le turbolenze presenti in Italia, considerate e trattate come escrescenze. In realtà si trattava soprattutto dell'ultrasinistra; pretendere che noi facessimo paura al potere potrebbe anche farci piacere e solleticare in noi narcisismo e megalomania ma sarebbe mentire agli altri e a noi stessi. Fummo eliminati più per par condicio che per altro. Comunque in qualche modo ci avrebbero prima o poi fermati pur senza temerci, semplicemente perché ci odiavano. Erano quasi tutti partigiani e il loro odio non può che riempirci d'orgoglio.
*
16 - Terza
Posizione era, è e sarà?
Ad essere eterno è lo spirito. Essersi
ricollegata allo spirito riuscendo a esprimerlo
con la propria anima è ciò che rese e mantiene tuttora significante
Terza Posizione. Perché in molti s'ispirano allo spirito o ne imitano
precedenti incarnazioni ma è raro che si giunga quasi magicamente ad
esprimerlo, con piena naturalezza: e TP vi riuscì. Non ci si deve
confondere mai: è lo spirito che era e
sarà sempre, in quanto è. Di Terza
Posizione dovrebbe interessarci l'anima, ovvero il modo di esprimere i
concetti, di sentire il mondo e di rapportarvisi. Non si deve provare a
imitarne l'anima, però, si può solo cercare una qualche sintonia e analogia con
essa, il che è molto diverso. Sul piano corporeo infine, ovvero per quello che
concerne la riedizione del modello politico, si deve cambiare prospettiva, sia
perché i tempi lo impongono sia perché provare a far rivivere quel che fu è più
una forma di voodoo che altro. Quasi non passa giorno senza che qualcuno mi
chieda se non sia il caso di ricreare TP e la mia risposta è sempre la stessa.
Gambe, non protesi!
Gabriele Adinolfi
Grazie
Stefano
Pantini