
11/02/2009
di Ippolito Edmondo Ferrario
(Racconto ispirato alle vicende di Giancarlo
Esposti)
L
|
’uomo, seduto al tavolo, se ne stava in disparte con
il giornale aperto sul tavolo.
Leggeva distrattamente i
titoli e ogni tanto alzava lo sguardo dal suo caffè nero. Non badava alla fauna
variopinta di adolescenti che quella mattina avevo marinato la scuola e, non
trovando di meglio da fare, si era rintanata nel vecchio bar del Budello per
sfuggire magari ad occhi indiscreti.
Gli
occhi dell’uomo guardavano però altrove, proiettati nel mare dei ricordi che
quel luogo era capace di evocare.
Alassio
era una piccola cittadina di mare, ancora più piccola nella stagione morta
quando di turisti non c’è ne sono nemmeno a pagarne. Lui, o meglio il
“foresto”, come lo avrebbero appellato i locali, dal suo angolo aveva una
visione privilegiata su quella gioventù definita da alcuni di “bamboccioni” e di immaturi.
Ma
Giorgio, non essendo certo un moralista, non se la sentì di tranciare giudizi.
Il tempo della morale e delle paternali era passato da un pezzo e all’uomo, la
parola morale, secondo il vocabolario piccolo-borghese, non gli era mai
piaciuta. Anzi gli aveva sempre fatto schifo.
Era
finito ad Alassio per chiudere un capitolo della sua vita, per firmare il rogito
col quale aveva venduto l’appartamento di famiglia dove aveva trascorso molte
estati. I suo figli, ormai accasati e padri di famiglia, della Liguria non
avevano mai voluto sentire parlare. Aveva voluto dare un ultimo saluto a quella
casa dopo l’appuntamento col notaio; il
nuovo proprietario non aveva avuto nulla in contrario.
Giorgio, dopo aver dato
un’occhiata alla casa vuota da tempo, era sceso in cantina. Si era affidato
alla memoria quando era sceso nei sotterranei polverosi, ma testimoni di anni
lontani. Aveva varcato la porta della sua cantina e rivisto una montagna di
oggetti dimenticati a lì messi marcire: un canotto, pinne da sub, un baule,
pile di giornali e libri corrosi dall’umidità e dall’oblio. Aprì il baule e
provò una certa emozione. L’incoscienza dei vent’anni aveva resistito a tutti
quegli anni: la Luger P08 era ancora lì con una
manciata di colpi.
L’aveva
presa e se l’era infilata in tasca tanto per non arrecare problemi al nuovo
proprietario. Nell’impugnarla aveva pensato a Giancarlo e agli altri amici che
un destino crudele aveva fatto morire. Tutti crepati giovani e in circostanze
misteriose.
A
prima vista tra la sua generazione e quella di oggi c’era un abisso, ma Giorgio
non sapeva se in meglio o in peggio. Ciascuno era costretto a vivere nel suo
tempo, a confrontarsi col presente e col futuro agendo di conseguenza. Non
c’erano generazioni migliori o peggiori. Quella era una concezione vecchia e
ritrita, buona per i benpensanti.
Forse
negli anni Settanta, nonostante i tempi grami, lui, Giancarlo e il resto del
gruppo vivevano la loro giovinezza con maggiore spensieratezza, anche se
portavano una pistola in tasca. Questione di sopravvivenza quando sapevi che i
rossi stilavano le liste di camerati da far fuori. A volte ti sprangavano fuori
da scuola perché facevi l’attacchino a tempo perso, altre volte ti sparavano
alle spalle mentre te ne camminavi tranquillo sotto casa per andare la lavoro.
Ogni giorno era un bollettino di guerra e i fascisti le vittime preferite del
bracconaggio.
Nessuno
fermava la mattanza. La polizia si limitava a constatare, a tracciare cerchi di
gesso sull’asfalto e il giorno dopo tutto tornava come prima. E così tra
camerati ci si arrangiava per sopravvivere. Seppur in pochi, si era uniti e
agguerriti, sia nel salvare la pelle che nel farla pagare. E anche i rossi, che
erano la maggioranza, col tempo impararono a conoscere la paura.
Eppure
a vent’anni, anche nelle loro pazzie, c’era sempre posto per il sorriso che era
la chiave di tutto.
Quel
sorriso che bombe e stragi di stato si portarono via, infamando una generazione
e infangando il ricordo dei morti.
Proprio
ad Alassio Giorgio e Giancarlo avevano vissuto estati travolgenti, fra notti
brave in discoteca, feste con le ragazze e progetti di vita futura. La politica
in quegli anni non la si dimenticava per la spiaggia e l’ombrellone. Era uno
stile di vita buono per ogni stagione, da affrontare come una sfida nelle
strade e nelle piazze.
Giorgio
ripensò a una delle tanti notti d’agosto quando Giancarlo era andato giù ad
Alassio per raggiungere l’amico. Era partito a mezzanotte da Lodi col Gilera
Giubileo facendo la vecchia strada camionale e guidando per tre ore. Come al
solito Giorgio aveva riconosciuto il motore sotto le finestre di casa sua. Al
solito segnale convenuto, la sgasata, Giorgio era sceso in strada, mentre suo
padre dal letto imprecava.
Avevano
girato per un’Alassio deserta, quasi irriconoscibile, nonostante fosse estate.
Poi Giancarlo non aveva trovato niente di meglio che operare un’opera di pulizia
sulla solita targa partigiana che campeggiava sulla piazza. Era il suo modo per
inaugurare la loro stagione estiva.
-Via
il dente, via il dolore- aveva detto Gianlcarlo
mentre attaccava saldamente alla sella della Gilera una corda. Avevano
imbragato la targa commemorativa e con un’accelerata lui e Giorgio si erano
portati dietro, con un fracasso infernale, il souvenir per le strade del centro
suscitando le ire di chi dormiva.
Quei
ragazzi, additati come teppisti e fascisti, chiedevano soltanto che anche i
camerati venissero ricordati, che chi aveva combattuto dalla parte dei vinti
non finisse nel dimenticatoio.
Nelle loro azioni notturne
non avevano mai bruciato auto per divertimento, né per noia, né avevano mai
devastato negozi o rubato. In quegli anni non si bruciavano i barboni per
ammazzare la noia. Lui e Giancarlo erano solo stufi di sorbirsi l’agiografia
della resistenza, sostenuta dai loro coetanei armati di spranga sobillati dai
baroni delle università e dei licei.
E
allora occhio per occhio, dente per dente.
Il
giorno dopo il distacco della targa ad Alassio era scoppiato il solito
putiferio: si denunciava il vile attacco al cuore della democrazia, tutti che
sventolavano la bandiera, sporca di sangue, dell’antifascismo militante.
Giancarlo
e Giorgio il mattino dopo se ne erano andati in spiaggia ridendosela di gusto
mentre gli angeli della “democrazia” emettevano proclami e tuonavano dalle loro
scrivanie che sapevano di menzogna e ipocrisia.
Due
mesi prima a Lodi, durante un tentativo di pacificazione con quelli dell’ANPI
voluto dai vecchi missini,che comunque non ci credevano per primi, Giorgio e
Giancarlo si era trovati nella sede dei
partigiani per discutere. Il clima era teso, la sala gremita di militanti di
destra e di sinistra. Per cause ignote,
ma sicuramente per un guasto, era andata via la luce per qualche minuto.
Giancarlo, nella penombra della sala, aveva esordito divertito: “E’ saltata la
Resistenza!”. I partigiani non avevano colto l’ironia. Dalla sua battuta era
scoppiata la nuova ennesima rissa: i fascisti ridevano, i compagni urlavano,
sedie che volavano e poi botte da orbi. Ma quelle erano scazzottate dal sapore
paesano che non lasciavano presagire il destino che avrebbe atteso Giancarlo
dietro l’angolo.
Anche
questo era fare politica: scendere in campo, compiere azioni anche clamorose,
per prendere a calci le coscienze assopite della gente che preferiva voltarsi
dall’altra parte di fronte allo schifo quotidiano. Il benessere a larga
diffusione di quegli anni aveva sopito gli ideali della maggioranza silenziosa,
dei bolsi borghesi amanti del quieto vivere. Gli stessi borghesi che facevano
finta di non vedere il sangue innocente dei ragazzi ammazzati per un’idea.
Ma
qualcuno ancora non si era arreso.
Giorgio,
dopo più di trent’anni, era diventato un disilluso dagli smacchi della vita, ma
non per questo si era arreso. Non girava più con la Luger
P08, non scriveva neanche più sui muri inneggiando al Duce e alla rivoluzione,
ma una scintilla gli era rimasta. Era ancora capace di emozionarsi per quei
lontani clamori, per quei sogni tramontati da un pezzo. Come allora ascoltava
De Andrè e si perdeva fra le pagine di “Viaggio al termine della notte” di
Celine.
Sorseggiava
il caffè e interpretava quei ricordi con il senno di poi, accorgendosi di aver
peccato d’innocenza. Quella era stata la loro unica colpa che rivendicava.
Giancarlo, proprio per questo motivo, era morto. Ammazzato due volte. Ucciso
prima da coloro che prima gli avevano dato protezione e poi l’avevano usato e tradito; ammazzato una seconda volta dalla
coscienza comune che ne aveva infangato la memoria.
Da
quel lontano 30 maggio del 1974 Giancarlo, una volta riempito di piombo a Pian
del Rascino, era diventato per tutti lo stragista, il
bieco terrorista nero che metteva le bombe vigliacche. Anche la gente della sua
città aveva preferito dimenticarselo. Non tutti, ma molti. Il suo era un
ricordo pesante e scomodo per molti.
Ma
la memoria e l’amicizia, se sono vere, rimangono vive, come braci ricoperte
dalla cenere del tempo. E prima o poi la fiamma può tornare a risplendere. E se
così non sarà rimarrà un po’ di calore. Lo stesso calore che scalda il cuore
anche dopo decenni.
Giorgio sulla tomba
dell’amico ci andava ogni tanto, ma non volentieri. Troppi ricordi legati alle
tombe.
Giancarlo
aveva il pessimo vizio di nascondere le sue armi in tombe che prima si doveva
andare a svuotare. Un bel casino quando ci si dimenticava dove le si seppelliva
e così, da ragazzi, si giocava pure a fare i becchini. Una volta riempite le
bare di armi, al morto si doveva pur trovare una nuova casa.
A
Milano, in questura, qualcuno era ancora memore dei loro scherzi telefonici .
-Venite
vi prego, mi hanno sparato e sto morendo- diceva concitata la voce anonima
al pronto intervento. Una pantera della Volante puntualmente arrivava alla
cabina telefonica da dove era arrivata la telefonata trovando il morto
trafugato dalla tomba nella cui cassa stava l’arsenale di Giancarlo.
I
poliziotti quando arrivano non sapevano se ridere o piangere. Riconoscevano al
volo la firma delle nostre bravate, ma in quegli anni di piombo le nostre goliardate, seppur macabre,
facevano sorridere.
Poi,
subito dopo, venne il periodo delle cose serie.
Giancarlo era un uomo
d’azione e Giorgio e gli altri erano tutti con lui. Avevano al liceo un preside
tutto speciale, quasi un segno del destino, un tipo sanguigno pronto a scattare
come una molla quando qualcuno lo metteva alla prova. Si chiamava Peirani, capitano della Folgore a El
Alamein. Durante le commemorazioni del 25 aprile nell’aula magna aveva
spiazzato tutti, studenti e professori. Il preside paracadutista, piccolo e
rosso di capelli, nervoso come pochi, aveva iniziato a leggere il discorso
istituzionale propinatogli per l’occasione. Gli toccava l’ennesimo soliloquio in
onore della resistenza, della democrazia e di tutti i valori imposti come
sinonimo di libertà. Tutti gli occhi quella mattina erano puntati su di lui. Peirani lesse il ciclostilo lentamente, scandendo parola
per parola, tenendo l’attenzione della platea costante. Poi si era fermato,
aveva messo via il foglio e alzando gli
occhi sulla folla di studenti aveva detto candidamente: “Io però, la penso in
maniera diversa!-. Prima c’era stato il silenzio, poi il boato generale. I
compagni erano pronti alla sommossa, i
camerati avevano fatto quadrato intorno a lui e i rossi si erano dileguati. Due
settimane l’amato preside per ringraziare Giancarlo e Giorgio aveva fatto loro
un regalo inaspettato: due giorni a Pisa, ospiti della caserma Gamerra dei paracadutisti. Peccato che non fosse una visita
di cortesia.
Giorgio
e Giancarlo si erano ritrovati la domenica con il loro preside nella carlinga
di un aereo, imbragati a una sacca che conteneva il paracadute. Niente corsi o
lezioni di mesi. Peirani li buttò giù come sacchi di
patate, dando loro solo i rudimenti per aprire l’eventuale emergenza. Quel
giorno, facendosela sotto, i due ragazzi affrontarono quella prova forti
dell’incoscienza dei vent’anni.
Giorgio
ripensò all’azzurro dei cieli di Pisa, a quel momento di gioia, follia e
libertà. Se lo sarebbero portati dentro negli anni avvenire anche quando le
cose sarebbero purtroppo cambiate.
La
sera Giancarlo andava sempre più spesso a Milano, e i due amici iniziarono a
perdersi di vista. Si rivedevano solo per qualche serata. Come ai vecchi tempi
si finiva sempre per andare a fare il tiro a segno ai cartelli stradali e a
sognare la rivoluzione. Ma Giancarlo aveva messo in piedi un gruppo tutto suo e
quello che era nato come un gioco aveva
iniziato a prendere una brutta piega.
L’ultima
volta che Giorgio lo aveva visto era in compagnia di quegli stessi figuri che
la notte ti piombavano in casa per perquisirti in cerca di chissà quali segreti
e che ti stavano col fiato sul collo da bravi e indefessi servitori dello
stato.
Giorgio
di loro non si fidava. Meglio soli che male accompagnati, pensava quando alcuni
camerati simpatizzavano con loro. Quella gente faceva il doppio gioco, sembrava
aiutarti quando ne avevi bisogno, ma alla fine rispondeva sempre e solo a chi
dava loro da mangiare, al loro datore di lavoro. Questo Giancarlo non lo aveva
capito o forse si era illuso che per una volta le cose potessero davvero
cambiare. Il clima di quell’anno, il 1974, sembrava promettere bene, c’era
fermento, aria di cambiamento. Lui l’aveva fiutata e aveva deciso di passare
con loro. All’inizio forse aveva creduto di poter coltivare indisturbato i suoi
sogni di rivoluzionari sapendo che al momento giusto avrebbe avuto il loro
appoggio.
Nessuno
ha mai saputo come sono andate davvero le cose quel giorno in montagna, lontano
da casa. Su quei giorni sono state scritte pagine e pagine, prima da chi lo ha
tradito, poi da tutti gli altri.
Quel
30 di maggio Giorgio, nella sua casa di Lodi, aveva assistito allo scempio
fatto da televisioni e giornali. Il nemico della democrazia era stato tolto di
mezzo dai volenterosi servitori dello stato, mentre si preparava a compiere
l’ennesima strage.
Tutta
l’Italia aveva provato sdegno per il “nero” attentatore e aveva esultato per
l’operazione ben riuscita. Peccato che sulla scena dell’omicidio ci fossero dei
testimoni, camerati che avevano condiviso con Giancarlo quella tragica
avventura. Come sempre avviene in Italia sugli ultimi istanti della vita del
ragazzo iniziarono a circolare versioni contrastanti, tutte diverse e tutte
tese, come sempre, a tacere la verità.
Verità
che non è mai stata detta.
Così
tutto era finito. Giancarlo era stato consegnato alla storia con un’immagine
che non era la sua e nessuno avrebbe potuto in qualche modo cambiarla. Neppure
Giorgio e gli amici che aveva avuto accanto avrebbero potuto far sentire la
loro voce.
Giorgio,
oggi quasi sessantenne, provava lo stesso affetto per l’amico in maniera
immutata.
Pagò
il caffè, liberò il tavolino, e s’incamminò lungo il Budello dove si affacciavano
le vetrine dei negozi. Alcuni li ricordava, altri no. Poco importava. La brezza
del mare d’autunno spirava tra quelle case con tutto il suo carico di iodio.
Dicono che lo iodio faccia bene ai polmoni. Per lui e Giancarlo erano le
sigarette il vero toccasana a quei tempi in cui Alassio era un po’ loro. Arrivò
agli stabilimenti balneari chiusi e dismessi, in attesa che tornasse la
stagione estiva. Provò un vago senso di malinconia che subito soffocò. In
lontananza delle note familiari giunsero a rompere la monotonia di quel tardo
mattino.
Si
voltò e vide davanti a sé, una banda che si trascinava avanti circondata da un
gruppo sparuto di persone. Suonavano “Bella Ciao” e intorno ai musicanti si
trascinavano alcuni vecchi, intirizziti dall’aria frizzante e dagli anni sulle
spalle. Giorgio li guardò avvicinarsi e per un attimo provò la stessa
sensazione di allora: il desiderio di menare le mani. All’epoca aveva la fama
di picchiatore e sapeva destreggiarsi piuttosto bene di fronte ai bastoni dei
compagni che calavano inesorabili.
Poi
Giorgio vide bene in faccia quegli irriducibili coetanei con i loro fazzoletti
rossi al collo e sorrise. Non avevano l’aria di chi se la passava bene. Erano
ancora lì, a recitare un ruolo che la storia, quella vera, aveva già giudicato
da un pezzo. Inutile ostinarsi a rivangare un passato per raccontarlo a modo
proprio per farselo amico, ma quelli si ostinavano secondo una consunta parodia
che impestava ancora l’Italia tutta. Avevano volti spenti e tristi, fantasmi di
sé stessi.
Solo alcuni ragazzi che li
accompagnavano dimostravano una certa convinzione nell’aspetto, uniformandosi
come sempre ai canoni del rivoluzionario da salotto. Si vedeva che erano quasi
tutti figli di papà.
Giorgio sorrise e li vide passare davanti a
lui. Gli sarebbe piaciuto che in quel momento accanto a lui ci fosse stato
Giancarlo. Era certo che anche a distanza di decenni non gliela avrebbe fatta
passare liscia. Pochi contro tutti, come ai bei tempi… Ma chi può dirlo.
Giorgio raggiunge il molo che si spingeva nel
mare leggermente increspato. Non c’erano neppure i pescatori quella mattina.
Era solo. Canticchiò una canzone dal titolo “Un
uomo da perdere”, scritta tanti anni prima da Fabrizio Marzi e dedicata
proprio a Giancarlo. Una delle strofe così recitava:
“Ma
il cuore è un po' matto/ e il passato ritorna per battere forte,/ ricorda le
scelte di vita,/le inutili sfide alla morte. /Non puoi condannare te stesso,
/spiegare le trame sottili/ con logica fredda di toga,/ con logica grassa di
fifa. / E piango, ragazzo bruciato,/ ultrà di un "commando"
sbagliato,/ se t'hanno fregato non conta: lo stile di vita è salvato. / Se
t'hanno fregato non conta: lo stile di vita è salvato”.
In
quelle parole il ricordo di Giancarlo sembrava rivivere.
La
sua voce si perse nel vento e il sole, seppur velato da un sottile strato di
nuvole, sembrò farsi più luminoso. Poi Giorgio prese la pistola e la lasciò
cadere in acqua sorridendo. Una battaglia lontana, era stata persa con onore,
ma la guerra non era ancora finita…