
9 Agosto 2009
Ricerca di una
memoria condivisa
Lo scaffale di
Antonio Pocobello
L’esigenza di
dare vita ad una “memoria condivisa” da tutto il popolo italiano è sempre più
avvertita dagli ambienti ufficiali del nostro Paese.
L’intendo è
lodevole. Ma i criteri e i metodi utilizzati per realizzarlo sono talmente
sbagliati da ottenere l’effetto opposto: mai il nostro popolo è stato tanto
diviso nell’interpretazione del passato sia nella valutazione del presente.
La causa del
fallimento è una sola. E’ il fatto di aver fondato, nel 1945, l’edificio della
nuova Repubblica su una grande bugia. Bugia che ha portato con sé, come
necessario corollario, una scia di omissioni, rimozioni, deformazioni,
falsificazioni, contraddizioni di tale palmare evidenza da avere non soltanto
accentuato la divisione della memoria nazionale ma, ed è peggio, aumentato a
dismisura il disinteresse delle giovani generazioni per la Storia nazionale.
Grande bugia.
Vulgata, la definiva Renzo De Felice. Il fragile piedistallo – su cui sfere
ufficiali, partiti di ogni colore, media conformisti, storici politically
correct hanno costruito il loro edificio – si basa sulla dolosa rimozione di
alcuni interrogativi fondamentali che avrebbero, invece, necessitato di
documentate oneste risposte.
Di seguito,
si cercherà di elencare alcuni di siffatti interrogativi.
n Da oltre sessanta anni, si continua a
ripetere che la Resistenza è stata l’indispensabile
presupposto
della democrazia italiana.
Tale concetto
contrasta, però, con il fatto che sistemi democratici vigono proprio nei due
Paesi – Germania e Giappone – che non solo hanno ignorato fenomeni assimilabili
alla Resistenza italiana ma che, hanno combattuto fino all’ultimo con estrema
durezza.
Perché, in Italia, ci si ostina allora ad avallare la inconsistente tesi secondo cui la democrazia repubblicana sarebbe figlia della Resistenza ?
Perché
manca un qualsiasi studio documentato sulle motivazioni reali della componente
maggioritaria della Resistenza, quella comunista. Essa si batteva per
l’instaurazione di un regime democratico-parlamentare oppure di una dittatura
del proletariato agli ordini di Stalin ?
n E’ noto, fuori dai confini italiani,
che il rispetto del nemico - guadagnato
dal soldato
tedesco
e giapponese sui campi di battaglia e riverberatosi sul grado di affidabilità e
di solidità dei rispettivi popoli – è stato una delle cause principali che
hanno indotto gli USA a scegliere Germania e Giappone quali alleati
privilegiati negli anni della guerra fredda.
Dal canto
suo, anche l’URSS ha scelto dal canto suo la Repubblica Democratica Tedesca
come sua alleata preferenziale nel Patto di Varsavia proprio perché aveva
conosciuto e stimato il valore, la tenacia e l’organizzazione della Wermacht,
specchio fedele dell’affidabilità e della solidità del popolo tedesco. Solidità
che ha costituito uno dei motori del suo successo economico.
Perché questi
argomenti che sono poi quelli di interconnessione fra l’immagine di un popolo
ed il suo rango internazionale sono sistematicamente rimossi nel nostro Paese ?
n Perché si è voluto, in Italia, fare
coincidere l’inizio del cosiddetto Secondo
Risorgimento
nazionale con eventi vergognosi e squalificanti sul piano della credibilità
della Parola della Nazione (armistizio dell’8 settembre) e del prestigio del
Soldato italiano (sfacelo dell’esercito, fuga dei suoi capi, consegna della
flotta al nemico in totale spregio del codice d’onore delle marine da guerra di
tutto il mondo) ?
Perché si
continua ad eludere l’interrogativo di quali siano state le conseguenze – dal
punto di vista della collocazione internazionale dell’Italia – del crollo della
sua immagine causato dalle modalità – non si sa se più ignobili o sprovvedute –
della resa Badogliana del 1943 ?
n Perché la Vulgata ufficiale ha voluto
negare, per decenni, la natura di “guerra civile” al
conflitto
che ha dilaniato l’Italia, etichettandolo fraudolentemente come “guerra di liberazione” ?
Quali sono le
forze politiche che hanno tratto maggiori vantaggi da siffatta negazione ?
n Perché è stato rimosso il tema dell’efficacia,
dal punto di vista del diritto
internazionale,
della dichiarazione di guerra alla Germania da parte del Regno del sud ?
Perché si è
eluso il problema dell’incidenza, sullo status delle Forze Armate regie, del
fatto che gli Alleati abbiano mantenuto la qualifica di “nemico” fino alla fine
del Trattato di
pace ?
n Perché si è stesa una coltre di
silenzio sull’essenziale sentenza n. 747 del 25.04.1954
del Tribunale
Supremo militare italiano sulla natura giuridica della RSI e sullo status dei
suoi soldati e dei partigiani ?
n Perché non è mai stato effettuato
della consistenza numerica dei prigionieri di guerra
che
rifiutarono di cooperare con gli Alleati e delle motivazioni che li spinsero a
tale rifiuto ?
n Perché non si studiano su documenti di
archivio le ragioni profonde che hanno indotto
il Governo
della RSI a costituire un suo Esercito, gli ostacoli frapposti dal Reich a tale disegno, le motivazioni dei volontari,
la consistenza e l’azione dei diversi reparti ?
n Perché ci si ostina a non parlare dell’opera
compiuta e dei risultati ottenuti dalle
diverse
Amministrazioni civili della RSI a tutela dei diversi settori dell’economia italiana ?
Perché il
popolo non ha diritto di conoscere, cifre dettagliate alla mano, entità e
qualità dell’impegno concreto della RSI a favore degli internati militari
italiani deportati in Germania a essi
non aderenti ?
Perché non si
comparano le percentuali dei Caduti fra i prigionieri militari italiani in mano
dell’URSS e quelli in cattività nel Reich ?
n Perché l’Italia ufficiale e i media
continuano ad ignorare le pubblicazioni che
documentano
l’impressionante numero dei Caduti della RSI ?
Perché le
lettere dei condannati a morte della Resistenza vengono continuamente
ripubblicate mentre quelli della RSI vengono ignorate ?
n Perché si ostina a parlare di
“Nazifascismo” malgrado le ben note differenze esistenti
fra
teoria e prassi del Fascismo italiano e il Nazionalsocialismo tedesco ?
n Perché si insiste nell’attribuire al
Fascismo italiano una corresponsabilità almeno
morale
nei crimini del Nazional-socialismo tedesco mentre la Resistenza ne è esonerata
nei giganteschi crimini sovietici ?
Perché si è
dovuto attendere un libro pubblicato solo recentemente per permettere al grosso
pubblico per venire a conoscenza delle stragi commesse in Italia nel dopoguerra
?
n Perché si evita di mettere in luce il
forte impatto della Socializzazione delle imprese
codificata
dalla RSI sulla legislazione societaria e lavoristica della Comunità europea e
di molti Stati della stessa ?
n Perché non si esaminano le ragioni che
hanno indotto estesi ambienti politico sindacali
italiani
ad opporsi, a Bruxelles, all’adozioni di normative comunitarie adatte ai tempi e ispirate al principio della
collaborazione e non della lotta di classe quali erano appunto quelle adottate
dalla RSI ?
n Perché si è rimosso il ricordo del
fatto che, nel 1945, il C.L.N. ha precipitosamente
abrogato
la avveniristica legislazione della RSI in tema di impresa ?
Soltanto
quando questo tipo di interrogativi – estratti a caso nella moltitudine che
attende di essere studiata - sarà
portato alla luce ed otterrà serie e documentate risposte, si potrà
incominciare a parlare di costruzione di una “memoria condivisa”.