
31/12/2009
DAL CENTRO STUDI POLARIS
DOSSIER RUSSIA
QUELLO CHE L'AVVICINA E QUELLO CHE L'ALLONTANA
DALL'EUROPA
Pascal Lassalle
Supplemento a Orientamenti & Ricerca dell'inverno 2009-2010
Pascal
Lassalle è professore di storia e conferenziere. Ha mosso i primi passi nel
GRECE (Nouvelle Droite). S'interessa
in
particolar modo alle problematiche dell'Europa dell'est, ha sempre seguito i
lavori di Polaris; inoltre ha diretto e
adattato
le traduzioni in francese delle opere di Gabriele Adinolfi, Noi Terza
Posizione et Tortuga, l’isola che (non) c’è.
Il
dossier lo abbiamo ricavato da un'intervista rilasciata da Pascal Lassalle a
Xavier Eman per ID Magazine dell'autunno
2009.
UNO SGUARDO
AD EST
L'opposizione
crescente da parte della Russia rinnovata alla potenza americana, associata
alla
personalità
volontarista e patriottica di Vladimir Putin ha generato simpatie negli
ambienti nazionalisti
francesi;
a vostro avviso non si deve però esprimere un sostegno sistematico e senza
sfumature alla
Russia
ma inquadrarlo in una visione strettamente geopotica.
Sono
sostenitore già da una ventina d'anni, per ragioni di geopolitica e di civiltà,
di quella sinergia
continentale
euro-russa che Guillaume Faye definì eurosiberiana, Dalla presa di potere di
Putin osservo
l'azione
in corso di ricostruzione e di restaurazione con molto interesse, accattivato
dalla figura di questo
Ottaviano
Augusto dell'est, o meglio ancora di questo Mikhail Romanov che ha messo fine
ai tempi del caos
di
Eltsin.
Gli
avvenimenti ucraini del 2004 e una scoperta approfondita di questo paese “fantasma
d'Europa” per
riprendere
l'espressione del grande storico Benoist-Méchin hanno agito su di me come un
profondo
rivelatore
delle tendenze e dei fenomeni all'opera in Russia che possono sfuggirci perché
la patria di
Pouchkin
costituisce da sempre una realtà che non si lascia cogliere tanto facilmente.
Da allora
mi sforzo di essere un osservatore attento, spassionato e lucido delle
evoluzioni in corso nella
Federazione
russa e nel suo «spazio straniero prossimo» perché leggere regolarmente la
stampa russa o
guardare
quotidianamente il telegiornale di RTR Planeta, per esempio, ci permette
d'intravedere delle realtà
non
sempre percettibili al primo incontro.
Lo faccio
tenendo sempre a mente l'imperativo di civiltà di una federazione imperiale grand'europea
rispettosa
delle sue patrie costitutive, senza con ciò trascurare gli interessi
geopolitici e stratetigi di
un'AlterEuropa
a venire.
Su questa
base ritengo che ogni patriota identitario europeo dovrebbe essere più critico
su alcuni aspetti della
politica
russa che si sviluppa da qualche anno in qua.
La
«russolatria» cieca non mi stupisce molto
quando
proviene da ambienti sovranisti che hanno
ancora il
culto dello stato-nazione di tipo giacobino e
l'illusione
di un rinnovamento repubblicano.
Comprendo
alcuni motivi. Si può evocare la necessità di fare da contrappeso all'egemonia
americana e di
contribuire
all'emergenza di un mondo multipolare; dei fenomeni di compensazione
psicologica («E' un
Putin che
ci vorrebbe!») o la speranza di una salvezza proveniente dall'est («le
divisioni russe ci toglierano
dalla
decadenza e risolveranno le piaghe delle banlieues»).
Si
sottolinea parimenti la necessità di una costruzione continentale da Brest a
Vladivostok nonché la
convinzione
che la Russia sia pienamente europea dal punto di vista identitario, affermando
che certe realtà
spiacevoli
non possano essere che degli epifenomeni pudicamente evacuati od occultati in
nome di una
realpolitik
ben pensata, nel timore di fare il gioco degli atlantisti.
Ci si
aggiunga la fascinazione di certuni per le costruzioni intellettuali
euro-asiste e lo statuto invidiato di
Alexander
Dughin che si è lanciato dai margini nazional-bolscevichi fino alla periferia
del potere putiniano.
L'ultimo
numero della rivista Eléments, intitolata «Demain les Russes!» illustra bene
queste prese di
posizione
e si dimostra deludente per conformismo, assenza di un punto di vista proprio e
di dibattito
costruttivo
quando il soggetto meritava decisamente di meglio!
Quali
sono le realtà equivoche che mi sforzo di
mettere
in evidenza?
In primo
luogo che la Russia del tandem Putin-
Medvedev
immagina il suo avvenire guardando
troppo
spesso nello specchietto retrovisore del
passato
di una storia mitizzata, e anche falsificata,
espressione
di una storiografia sovietica il cui rigore
scientifico
è divenuto proverbiale.
Tra
amnesia selettiva, scorciatoie folgoranti e riabilitazioni postume essa ha
permesso alla Russia di evitare
un senso
di colpa collettivo alla tedesca, ma l'ha spinta nell'eccesso opposto, quello
di una storia che non
vuol
finire e che balbetta di nuovo.
Queste
questioni memoriali e storiche nello spirito dell'attuale potere russo appaiono
primordiali dall'eco
smisurato
che concede loro. Ne testimoniano l'opera di una Natalia Narotchnitskaia che,
ad eccezione di
Dominique
Venner, ha suscitato delle reazioni piuttosto compiacenti: le commemorazioni
del 9 maggio e
della
“grande guerra patriottica” o la costituzione, il 19 maggio scorso di una
commissione incaricata di
lottare
contro la “falsificazione” della storia comune contraria agli interssi russi
nei paesi baltici o in Ucraina.
Si può
anche evocare la guerra culturale che si dispiega sugli schermi con la
promozione delle
sovrapproduzioni
storiche nazional-patriottiche che non esitano a dipingere con i tratti più
oscuri gli
avversari
polacchi o svedesi senza parlare dei cosacchi zaporoghi ucraini che, come
ognuno sa,
combattevano
per la “terra ortodossa russa”.
In
effetti i Russi hanno il grande merito di coltivare una lunga memoria storica
che noi abbiamo invece
lasciato
nel dimenticatoio, al fine di costituire legittimamente un'identità
post-sovietica.
Ma lo
fanno su basi problematiche e discutibili, tanto per noi che per loro.
Si
percepisce l'estrema difficoltà, quando non l'incapacità, che hanno di
concepirsi al di fuori di un impero
espanisonista
(ogni territorio che sia stato russo è destinato a rimanerlo a diventarlo di
nuovo),
centralizzatore
e russificatore.
Questa
tendenza pesante, declinata sul genere di un complesso post-imperiale, non è
mai scomparsa dalla
caduta
dell'Urss e mi pare destinata ad avvelenare in maniera durevole le relazioni
della Russia con i suoi
vicini.
Questo
fenomeno è rafforzato dalla ricerca ossessiva di una potenza illusoria che
fissa le sue priorità nelle
battaglie
simboliche e nella ricostituzione di uno spazio, o quantomeno un'area
d'influenza, che ricopre l'ex
spazio
sovietico.
Ritengo
si debba evitare di vittimizzare sistematicamente una Russia che, per essere
l'oggetto di reali
manovre
americane nella sua periferia, non per questo non ha responsabilità nel
mantenimento di contenziosi
storici
regolarmente ravviati con i vicini, contenziosi che offrono un'ottima leva alla
Casa Bianca.
Non mi
stupirei che Washington apprezzasse il ritorno delle tendenze scioviniste,
neo-imperiali e neosovietiche
in Russia
che può essere meglio che non il trovarsi a confronto con un paese rigenerato
su basi
sane e
solide che costituisca un polo d'attrazione per i suoi vicini, con i quali
intrattenga relazioni normali,
costituendo
insieme un progetto politico identitario connesso ai momenti europei della sua
storia.
Alcuni
coltivano il sogno di un'Europa de Brest a Vladivostok. Per voi è corretto
sostenere che la
Russia
sia storicamente, culturalmente ed etnicamente europea?
La Russia
si rivela incontestabilmente europea nei suoi fondamenti originali.
L'insieme
grande-russo viene da un'etnogenesi tra slavi orientali e tribu finno-ugriane
sulla periferia
coloniale
settentrionale di un vasto impero patrimoniale, comunemente e incorrettamente
qualifcato come la
“Russia
di Kiev” e che sarebbe meglio nominare, per precisione storica, come Rou’s (o
Rutenia) di Kiev
(Kyiv in
ucraino), un insieme legato dinasticamente, economicamente e culturalmente al
resto dell'Europa
dell'Alto
Medio Evo.
L'invasione
mongola costituirà una rottura
radicale
i cui effetti si sentono tuttora.
La
Moscovia, nucleo fondatore del futuro impero
russo
(termine ufficializzato sotto Pietro il Grande) si
costituirà
a partire d'allora su dei fondamenti politici
e
culturali doppiamente asiatizzati ed
orientaleggianti
perché
dovuti all'influenza tataro-mongola dell'Orda d'Oro e a quella di un modello
bizantino tardivo,
allontanatosi
delle radici elleno-europee, introdotto sotto Ivano III. Il modello monarchico
autocratico,
patrimoniale
e predatore, un forte messianismo politico-religioso (mito della Terza Roma) e
certe
disposizioni
mentali ne costituiscono le manifestazioni più evidenti.
In
seguito, a partire dalle riforme di Pietro il Grande, la Russia, ritardata di
secoli in rapporto alle evoluzioni
di
civiltà del resto d'Europa, non cesserà di oscillare in un ricorrente movimento
d'altalena fra relazioni
passionali
di fascinazione/repulsione con l'Europa “romano-germanica”. Il dilemma
illustrato dai dibattiti tra
occidentalisti,
slavofili, panslavisti e (neo)eurasiatisti non ha prodotto fino ad oggi
un'analisi rigorosa del
contesto
russo e lo dimostra chiaramente.
Io penso
che dovrebbe essere compito delle tendenze identitarie sensibilizzare con tatto
e precisione (ce ne
sarà
bisogno!) gli interlocutori russi sinceri e aperti alla necessità di operare un
“ritorno all'Europa” attivando
nella
loro eredità politica e culturale ciò che proviene indiscutabilmente da una
nostra eredità comune.
Iniziando
a conoscere la mentalità russa, non mi faccio a priori molte illusioni, Oggi la
tendenza dominante,
in seno
alle élites e all'opinione pubblica, è di considerare la Russia come una realtà
singolare, una civiltà a
sé, tra
Europa ed Asia.
Ma
sapendo che non c'è fatalità in storia, mi dico che dobbiamo operare
incessantemente per favorire una
presa di
coscienza e un ritorno alla nostra Europa di fratelli prodighi, spesso
attraenti ma talvolta distanti e
irritanti...
Le
rivoluzioni colorate che agitano certi paesi del blocco dell'est sono sovente
presentate come delle
pure
manipolazioni degli americani. Anche su questo voi richiamate alla misura. Qual
è la situazione
per
voi, in special modo nel caso ucraino?
Risolvere
la questione delle “rivoluzioni di
velluto”
così
come accade negli ambienti
(meta)politici
succitati rinvia sovente ad uno schema
riduttivo,
o testimonia una pura e semplice
impregnazione
delle teorie del complotto,
declinate
sul modello delle vecchio complesso ossessionale della fortezza assediata, che
è in voga
ultimamente
anche a Mosca.
Questa
tendenza antica in Russia si spiega con una storia controversa ma, in ultima
analisi, mi sembra rifletta
anche
un'infermità politica e costituisca una facilità incapacitante che impedisce
alle autorità russe di
rimettersi
in questione e di porsi le domande giuste.
Nel caso
ucraino il postulato di un movimento meccanicamente teleguidato e premeditato
dall'estero non
tiene, e
la “rivoluzione arancione” non avrebbe mai avuto luogo se numerose condizioni
non si fossero
sommate
tra loro e con la speranza di un cambiamento profondo.
Le Ong
americane hanno iniettato dollari e formato militanti di strutture attiviste,
come Pora, ma l'ampiezza
del
movimento, ripetizione su larga scala di un movimento di contestazione represso
nel 2001, dimostra che
altri
fattori hanno avuto il loro peso.
L'Ucraina,
pivot geopolitico secondo Zbigniew Brzezinski, è stata all'occasione oggetto
d'ingerenze ripetute
da parte
degli americani, della UE, ma anche del suo grande vicino del nord.
Vladimir
Putin, secondo il parere di molti osservatori politici, ha commesso lì il primo
grande errore del suo
“regno”.
Si è creduto a casa sua e le sue visite ripetute in favore di una presidenza
Koutchma corrotta e
completamente
screditata sono state molto mal recepite, ivi compresi nell'est e nel sud
russofono del paese.
Le
insitsenze russe furono motivate principalmente dal fatto che l'avvento di una
presidenza arancione
avrebbe
rimesso in questione l'integrazione programmata dell'Ucraina nel seno di uno spazio
economico
comune
dominato da Mosca oltre a interrompere il progetto di un regime autoritario
alla bielorussa.
Il loro
effetto è stato quello di confermare che l'Ucraina non aveva, dal 1991, che
un'indipendenza formale e
che,
governata da oligarchi post-comunisti, oscillava, in particolare sotto
Koutchma, tra Occidente e Russia
a seconda
degli interessi momentanei della nomenklatura .
Ricordiamo
a quelli che amano le verità semplici
e
schematiche che fu sotto il primo ministro prorusso
Viktor
Ianoukovytch che si ebbero le prime
partecipazioni
dell'Ucraina al Partnerariato della
Pace,
anticamera della Nato,
che fu il
presidente pro-russo Koutchma ad inviare un contingente ucraino in Iraq.
Fu sempre
quest'ultimo a scrivere il libro “L'Ucraina non è la Russia”, realtà che i
Russi nel loro insieme,
opinione
pubblica e classe politica, dai liberali occidentalisti ai nostalgici di
Stalin, si rifiutano di ammettere
considerando
l'Ucraina come la culla della Russia e parte integrante del loro ethnos.
L'elezione
di Viktor Yuchtchenko fu percepita in Ucraina come la premessa di una vera
indipendenza e di un
“ritorno
all'Europa” tanto a lungo rimandato, A torto: l'imperizia e le scelte funeste
della presidenza
arancione
s'incaricarono di colmare la breccia prodotta dagli errori di Putin.
Ma il
contenzioso storico resta vivace e Mosca non manca occasione di utilizzare
tutte le leve in suo
possesso
(Gas, Crimea, flotta russa di Sebastopoli, problemi linguistici e controversie
storiche) per fare
pressione
su di uno Stato di cui non ha mai ammesso l'esistenza.
Questa
lite di coppia in cui la moglie ucraina ha finito per divorziare da un marito
moscovita insopportabile
non
smette di prolungarsi per l'immenso piacere del notaio americano: bisognerà
però che Monsieur si
arrenda
all'evidenza.
Per un
patriota identitario europeo, opporsi all'entrata dell'Ucraina nella Nato è una
cosa necessaria e
legittima,
negare la sua identità e il suo diritto a costituire uno Stato sovrano ne è
un'altra che non dobbiamo
né possiamo
commettere.
Mi
piacerebbe che tutti coloro che, per misconoscenza o per calcolo, proclamano
che “l'Ucraina e la Russia
sono
consustanziali” facessero prova di un po' più di rigore, di discernimento e di
coerenza intellettuale o
idologica,
cessando di ripetere pietosamente la versione della storia made in Moscow.
Penso a
un grande specialista del tema dell'identità.
Un
difensore infaticabile della causa dei popoli, che
dovrebbe
sbarazzarci delle approssimazioni e degli
stereotipi
fallaci in vigore
che si contribuisce
a propagare per occuparsi invece con profitto della problematica complessa di
questo
popolo
ingiustamente sconosciuto.
Jean
Mabire fu una delle rare figure della tendenza identitaria ad aver difeso il
diritto degli Ucraini ad
un'esistenza
propria.
Sì.
l'Ucraina ha conosciuto, come la Russia, una storia tormentata. All'opposto del
suo potente vicino, ha
visto la
sua costituzione statale costantemente contrariata, ma è rimasta abbrancata al
nucleo europeo e le sue
fratture
interne attuali sono la risultante di un dominio, più o meno lungo a seconda
delle regioni, del suo
grande
vicino del nord.
Nel corso
dei secoli ha condotto una lotta per la libertà contro i dominatori russi e
polacchi, con una
testardaggine
che detta l'ammirazione e non può non evocare la lotta dei figli della verde
Erin contro il
dominio
britannico.
L'Ucraina,
identità radicata su di un territorio, appartiene pienamente all'insieme
geopolitico e
civilizzazionale
europeo.
Il paese
dei cosacchi zaporoghi ha contribuito non poco ad ancorare la Russia
all'Europa; da cui l'idea per cui
un'Ucraina
reintegrata nel suo quadro originale potrebbe incoraggiare la Russia a guardare
definitivamente in
questa
direzione, lontano dalle tentezioni asiatiste...
Si
parla sempre più di un'ondata nostalgica in Russia per il periodo sovietico e
anche di volontà di
riabilitarlo.
Cosa succede esattamente?
Una certa
nostalgia sovietica è all'ordine del giorno e questo processo si è amplificato
a partire dal secondo
mandato
di Putin.
Nostalgia
presso la povera gente che avendo subito gli effetti disastrosi dell'era Eltsin
ha la tendenza ad
idealizzare
un periodo nel quale i bisogni vitali della popolazione, l'ordine pubblico e
altre cose come
l'accesso
generalizzato alla cultura erano totalmente assicurate.
E'
proprio dell'essere umano rimuovere le paure e le violenze generate da un
sistema oppressivo come quello
che
generò l' homo sovieticus il cui ritratto fu eseguito a suo tempo da
Alexandre Zinoviev e che è ben lungi
dall'essere
scomparso.
Nella Korrporatura
attualmente al potere, si ritiene dell'era sovietica soprattutto la
grandezza apparente di
una
potenza temuta e rispettata che, in particolare sotto Stalin, aveva portato le
frontiere del suo impero al
punto
zenit.
Mescolata
con elementi dell'era zarista (in particolare i simboli nazionali), questa
componente sovietica deve
servire a
rafforzare un patriottismo ufficiale che si basa sull'idea di Stato (derjavnost’)
e su quella di Unità
affermata
intorno ad un modello mobilizzatore.
Nel
contesto di un sistema di rappresentazioni così ambivalente si chiude l'accesso
agli archivi di Stato e si
riscrive
la storia sulla falsariga delle menzogne e delle favole dell'era sovietica
negando al contempo ai vicini
il
diritto di crearsi le loro storiografie nazionali (basate, è vero, su impianti
passionali e polemici) e di
onorare
quelli che essi considerano come eroi della lotta anti-comunista che Mosca
liquida come
collaborazionisti
nazisti.
Mosca
desidera assicurare una «continuità» alla sua storia recente senza rischiare di
fragilizzarsi
nell'evocazione
dei periodi bui: un'identità problematica, ancora convalescente dopo la «più
grande
catastrofe
geopolitica del XX secolo».
Le
recenti dichiarazioni del presidente Medvedev dimostrano che rimettere in causa
il piccolo catechismo
ufficiale
della «guerra patriottica» e della «storia comune» diventerà difficile, anche
giudiziariamente
rischioso
(c'è un progetto di legge contro il «revisionismo storico») valido all'interno
come all'esterno delle
frontiere
della federazione.
Il dramma
per il popolo russo è che la via tracciata da Alexandre Soljenitsyn su di
un'analisi lucida e
responsabile
del periodo comunista non è stata seguita nè approfondita.
Il
Cremlino si fa oggi l'eco di rappresentazioni maggioritarie ancora agenti in
seno alla popolazione intorno
ad un
passato recente che continua ad essere mitizzato dalla storia ufficiale.
Porre
così le basi del futuro mi sembra operazione costellata di ostacoli, equivoci e
contraddizioni che non
potranno
che amplificarsi e compromettere l'immagine della Nuova Russia.
Il
raddrizzamento della Russia è spettacolare ma non privo di faglie. Quali sono
per voi le principali
debolezze
che lo minacciano? La caccia agli oligarchi è stata condotta fino alla fine?
Qual è la
situazione
demografica, e a che punto sta la lotta all'alcolismo endemico?
Questo
raddrizzamento spettacolare rischia di essere frenato se non compromesso dagli
effetti della crisi
sistemica
mondiale che colpisce il paese.
La Russia
non riesce a sotterrare il suo impero e a farsi l'idea che da sola è condannata
a restare una potenza
regionale
che ha ereditato un arsenale nuceleare vetusto che, come ammettono le alte
sfere, non potrà essere
modernizzato
che in parte (missili strategici Topol-M e Bulava).
Senza
l'Europa e una sinergia ben pensata i cui contorni sono ancora indefinibili, mi
sembra condannata a
rimanere
una «potenza povera»
Questo
riscatto, evidente in molti campi, resta fragile e può anche sembrare un
fenomeno «Potemkin» che
cela un
rovescio della medaglia molto meno lucente.
Una
società civile assai embrionale, in preda da secoli alle depredazioni di un
potere patrimoniale, uno Stato
debole,
contrariamente alle concezioni comuni, fagocitato dalla Korporatura il
cui esercizio del potere
plebiscitario
e non competitivo prefigura forse le forme di regime post-democratico che si
delineano anche in
Occidente.
Un'economia
di rendita i cui attivi sono
compromessi
dal calo del costo del gs e del petrolio,
struttura
industriale superata (ivi compresa la
branchia
militare, spesso incapace di soddisafre la
domanda
estera e che ha perso una gran parte del suo
know-how),
infrastrutture
degne di un paese del Terzo Mondo al di fuori di Mosca, San Pietroburgo a
alcuni isolotti
urbani
sviluppati.
L'esercito
dev'essere riformato rapidamente alla luce degli insegnamenti del conflitto
georgiano, con una
professionalizzazione
e uno «sgrassamento» sul quale però le alte gerarchie tirano il freno. Senza
parlare del
rimpiazzo
di materiale obsoleto il cui già debole ritmo di rinnovo potrebbe essere
paralizzato dalla riduzione
annunciata
dei crediti militari.
In quango
agli oligarchi, sono stati eliminati quelli associati al potere eltsiniano
(Berezovski) o coloro che
avevano
la velleità di opporsi al Cremlino e di associarsi a interessi politici ed
economici stranieri
(Khodorkovski).
Gli altri resistono, un po' meno ostentatamente, rientrati nei ranghi o
associati al potere. Lo
stesso
Putin avrebbe una fortuna personale non di poco conto.
La
popolazione russa resta preservata di flussi migratori di massa provenienti
dall'estero. Ciononostante
conosce
alcuni problemi di coabitazione con delle etnie non slave. Il potere oscilla
tra una definizione etnica
ed una
definizione statalistica dell'appartenenza russa (due termini differenti
esistono nelle alingua di
Dostoïevski
per designare l'una o l'altra), con una certa preferenza per la seconda.
Tempo fa
i Nachii, dei giovani putiniani «antifascisti», hanno avuto l'incarico
di svuotare le strade di alcune
città dai
gruppi nazionalistici. Il che potrebbe significare che il potere giochi la
carta della coesione etnica e
religiosa
della popolazione.
Quest'ultima,
che beneficia ancora di un alto livello di studi e di qualificazioni grazie ad
un sistema
educativo
selettivo, conosce un collasso demografico drammatico che le misure nataliste
adottate dal
Cremlino,
non sembrano risolvere.
Così nel
peggiore dei casi potrebbe stabilizzarsi tra gli 80 e i 100 milioni intorno al
2050!
Il suo
stato generale di salute è preoccupante e il suo universo mentale resta marcato
dall'impronta comunista
i cui
effetti deleteri sono lunghi da estirpare.
Un certo
nichilismo, impregnato di materialismo e di cinismo, prevale in buona parte
della gioventù. Questa
subisce
un processo di occidentalizzazione non sempre bilanciato dal «politicamente
corretto» a gusto di
giornata.
La
popolazione russa sembra prendere come un potente derivato del grigiore
quotidiano la fierezza nazionale
sostenuta
dal potere, verso cui non nutre eccessive illusioni.
Sono
molto colpito dal fatto che il sistema comunista, infarcito di menzogne alle
quali nessuno ha creduto,
sia
riuscito ad uccidere in molti cittadini qualsiasi forma d'impegno politico e
sociale al servizio di un ideale
collettivo
che li trascenda: mi sono imbattuto molto spesso in reazioni impregnate di
scetticismo disilluso.
Il quadro
che ho dipinto sembra oscuro e pessimistico, ma sappiamo che nulla è definitivo
e che dove vi è
una
volontà là c'è una via.
Nel
quadro multipolare del mondo d'oggi come considerate l'evoluzione delle
relazioni tra la Russia e
la
potenza cinese?
La Cina e
la Russia hanno stabilito un partnerariato strategico in seno all'Organizzazione
di Cooperazione di
Shangai
(Ocse) per cercare di controbilanciare la potenza egemnonica americana.
Quest'intesa
non si fonda su delle basi civilizzazionali e strategiche solide e quindi non
è, a mio avviso,
destinata
a un grande avvenire.
Per il momento
i due paesi fanno manovre militari insieme che sono fortemente mediatizzate.
L'esercito
cinese
ammoderna il suo arsenale anche con l'ausilio di armi russe sebbene Mosca
cerchi di limitare il più
possibile
i trasfermimenti tecnologici.
Per un
atteggiamento divenuto ricorrente, il Cremlino si volge ostentatamente verso il
suo vicino asiatico
quando
intervengono disaccordi politici o economici con l'Unione Europea.
Ciò non
impedisce però che l'avvenire delle relazioni sino-russe sia lastricato d'incertezze.
Mosca
non può che temere il colossale differenziale
demografico
con il suo vicino che può riversarsi
domani
sulle immense risorse minerarie e strategiche
dell'hinterland
siberiano.
Un'immigrazione
cinese crescente potrebbe porre un problema strategico primario in un domani
prossimo.
Sebbene i
contenziosi territoriali siano stati risolti di recente, i Cinesi non hanno
dimenticato i «trattati
iniqui»
del XIX secolo e non è certo che abbiano rinunciato a recuperare un giorno la
«Manciuria del nord»
con
Khabarovsk e Vladivostok.
I Russi
devono comprendere che hanno bisogno di noi per mettere in valore quel «Grande
Est» siberiano e
che dei
contingenti europei non saranno di troppo nell'assicurare una vigilanza sul
fiume Amur, nuova
frontiera
della Grande Europa da costruire.
Qualche
parola per concludere?
Suggerirei,
a chi è interessato, di superare la barriera linguistica e d'immergeresi in
questo mondo
appassionante
(stampa, letteratura, cinema, televisione) senza con ciò rinunciare a viaggi e
incontri...
Credo che
le persone serie e sincere devono approcciare le realtà in modo lucido e
distaccato, restando fedeli
ai valori
e ai principi, facendo anche prova d'intelligenza (meta)politica.
Non è
manifestando un'adesione cieca e incondizionata alle evoluzioni in corso nella
Russia putinomedvediana
che si
renderà un servizio alla causa russa né a quella europea.
Serve una
benevolenza critica che, nella condanna dei fenomeni negativi e
controproducenti, produca un
patto
russo-europeo che non si compia a spese di molti popoli confratelli.
Per
sopravvivere in un nomos planetario in piena composizione e per restare
nella storia, Europei e Russi
devono
dar vita, ciascuno partendo dalle proprie premesse e dalle rispettive
situazioni, ad un movimento di
rigenerazione
convergente verso un'eredità boreale plurimillennaria, matrice comune di un
nuovo destino
edificato
insieme.
Pascal Lassalle
NOTA CONCLUSIVA DEL CENTRO STUDI
La potenza russa ha bisogno dei mezzi europei, i mezzi europei
hanno bisogno della potenza russa.
Questo matrimonio s'ha da fare.
Ma lo si deve fare sulla base di una coniugazione.
Quindi con la salvaguardia della fierezza e dell'indipendenza di
Baltici e Ucraini e con un
ancoraggio che contribuisca ad evitare agli eredi di San
Pietroburgo d'incappare nella tentazione di
lasciarsi rapire dalla dottrina eurasiatica.
Una dottrina che, storicamente, poco e nulla ha a che vedere con
l'utilizzo geopolitico e
propagandistico del termine così come lo impieghiamo noi oggi, ma
che storicamente e
filosoficamente era il tentativo affannoso e non riuscito di
trovare un'identità che si fondasse
sull'odio dell'Europa e della Forma. Proprio come è accaduto in
America.
Il matrimonio euro-russo, che è possibile, si basa su tutt'altra
aspirazione, si fonda sull'affinità
ancestrale e sul cointeresse contingente.
Centro Studi Polaris