
23/10/2009
Camicie
Nere della Liquidazione:
presente!
di Walter
Jeder
Quattro anni fa una banale notiziola
di costume mi fornì lo spunto per buttar giù un articolo che veniva più dalla
pancia che dalle buone letture. Parlandone con un paio di amici mi parve onesto
definirlo uno “sfogone”.
L’altro giorno esplorando il mio computer l’ho riletto e, al di là del banale
pretesto, mi è sembrato malinconicamente ancora attuale.
Eccolo.
Una scorsa distratta alla pila dei giornali della stagione passata,
lasciati
negletti al loro fiacco blaterare, è valsa una sorpresa.
Nella torpida estate italiana ha fatto furore la camicia nera.
Calma.
Non si è trattato di un’epidemica botta di
nostalgia.
Né d’una
moda imposta dall’ultimo stilista di grido.
Soltanto il
tormentone d’ una canzoncina da spiaggia,
interpretata
da un ragazzotto colombiano,
che
incautamente ostentava la sua “camisa negra”,
insegna di
lutto per un amore perduto.
Tanto è bastato a scatenare le censure della sinistra,
capace di
prendersi sul serio anche di fronte alle più solenni minchiate:
“Indymedia”,
il sito di
riferimento dei no global, ha sparato a zero chiedendo di boicottare
questa
sfacciata “apologia del fascismo”.
La polemica è finita (nientemeno) tra i titoli di apertura della stampa
quotidiana.
Il “Secolo d’Italia”, avvocato d’ufficio dell’autore (Juanes),
si è
incaricato di sdrammatizzare quella che ha definito
“ una
burla pop di mezza estate”.
Ma non si
è sottratto a battere grancassa sull’indumento e il suo contrastato successo.
Perfino il “Corrierone” ha conferito dignità di prima pagina
“alla hit
che stuzzica i cuori della destra” e ci informato che “in discoteca,
alle prime
note, i simpatizzanti partono con il saluto romano”.
Il cronista agostano, tergendosi il sudore,
si è
affannato a raccogliere le reazioni degli addetti ai lavori
del
costume e della politica.
Le ha
ospitate in un paginone ove è dilagato il pensoso dilemma
sull’uso
dei termini compagno, rinverdito da Prodi,
e
camerata, esorcizzato da La Russa.
Vabbè, si dirà: la magra estiva è liturgia implacabile per la carta stampata.
Eppure,
volando oltre l’abboffata di papa-boys,
tra
massacri di folle sciite e scannamenti per le leadership dei poli,
con queste
minimalia, l’informazione ha finito col restituirci,
certo
senza volerlo, la nozione precisa della realtà e lo spessore dei valori
correnti.
Il fatto è che siamo alla frutta.
Anzi
all’ammazzacaffè.
La contesa cretina sulla “camisa negra” richiama alla memoria certe altre
ingenue camicie nere della mia giovinezza.
Mi riporta
ad una città ligure e agli anni ’60.
Allora i
libri maledetti, epurati dalle biblioteche li trovavi ravanando sulle
bancarelle dell’usato e le camicie nere non erano moda fighetta per vitaioli.
Introvabili.
Poco male:
noi ragazzi rimediavamo bollendo in un pentolone,
sul greto
del fiume Magra, innocenti camicie kaki,
che
sarebbero diventate nere che più nere non si può con l’impiego della tintura
“Nero d’Inferno”.
Le avremmo indossate,
fieri
della provocazione, affrontando – faccia a faccia – una parata partigiana
o
scompigliando qualche assise di democratici restauratori.
Anche noi cantavamo spagnolo,
come i
ragazzi “di destra” fanno oggi nelle discoteche.
Ma faccia al sole. A muso duro, intonavamo “Cara al Sol” e non c’erano
applausi. Finiva tutto in una scazzottata.
Seguiva
cellulare, identificazione, duro verbale della squadra politica
(la Digos
del dopoguerra).
A chi
andava peggio toccava qualche rattoppo al pronto soccorso.
Per tutti
ostracismo delle ragazze, della scuola, della famiglia.
Pagavamo un prezzo salato per qualcosa che,
nella
prospettiva del tempo – capace di spegnere i ricordi bollenti nella fredda
logica della maturità – potrebbe parere una goliardata.
Ma non era del tutto così.
La nostra camicia nera voleva significare ai rabbiosi epigoni di Caino,
che la
mattanza delle “radiose giornate” non aveva cancellato la meravigliosa Eresia.
Che il testimone era stato passato.
Nella nostra giovane età non ci rendevamo neppure conto che
le rovine
della guerra erano ancora calde
e il
sangue della guerra civile appena rappreso.
Dieci,
quindici anni erano trascorsi.
Alcuni dei
nostri antagonisti aveva ancora quel sangue incrostato nelle mani.
Non
immaginavamo neppure quanto.
Ci sarebbe
stato bisogno, a fine secolo della penna di un antifascista atipico
come
Giampaolo Pansa perché la comunità nazionale fosse informata
di quanto
e quanto innocente, fosse stato “il sangue dei vinti”.
Fatico a capire quali idee-forza, quali emozioni, quali speranze possano
animare, oggi, un ragazzo che sceglie di fare politica.
Ma ricordo
bene le nostre motivazioni.
Non si trattava soltanto di rialzare, romanticamente,
la
bandiera umiliata e tradita dell’identità nazionale.
Dovevamo
combattere, con le armi dell’intelligenza e della provocazione,
della
propaganda e della testimonianza, dello stile e, se c’era, del fascino
personale, una nuova fase di quella guerra che non si era mai conclusa con una
resa.
Il
conflitto dell’Europa contro i mercanti d’occidente
e
l’imperialismo sovietico continuava, in uno scenario falso,
edulcorato
da papi buoni e sorrisi kennediani.
Non potevamo accettare che a Yalta fosse stato deciso,
per
sempre, il destino dei popoli.
Adriano Romualdi ci guidava alla scoperta di Drieu La Rochelle
e ci
parlava del Mito dell’Europa.
Ne profetizzava la fine:
“si
spegnerà lentamente nel benessere e nella democrazia finchè, nell’ora
immancabile del giudizio storico finale,
sarà
travolta dalla rivolta mondiale dei popoli di colore guidati
da una
Cina inesorabile”.
L’
Apocalisse di Drieu: “folle mostruosamente armate in marcia
attraverso
il pianeta per costruire imperi continentali”.
Iniziava un nuovo percorso ideale verso tante diverse Patrie,
da Brest
all’Elbruz, da Narvik a Creta.
Cercavamo
d’incontrare gli altri giovani europei e,
intanto,
lasciavamo l’ascia bipenne per la croce celtica.
E ci
sembrava di alzare al cielo l’anima stessa della nostra vecchia Europa.
Quel simbolo avrebbe attraversato un vasto arcipelago di progetti diversi,
segnando
pagine di esaltazione e di lutto.
Per finire
sulle curve degli stadi…
Attorno imperversava l’italietta utilitaria e meschina ,
furba e
corruttrice dei personaggi di Alberto Sordi.
Ma noi
sentivamo come il fare politica non fosse soltanto puntiglioso
rifiuto da
post-napoleonici,
eredi
inadeguati di un titanico conflitto dell’oro contro il sangue.
Qualche anno più tardi, con Niccolai,
scoprendo
la fronda fascista di Berto Ricci,
avremmo
capito che politica era passione civile,
“quella
cosa per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero i propri.
E per quei
guai è disposto a dare la vita”.
Noi ragazzini, la “gioventù nazionale”,
ci
limitavamo a saltare cinema e colazione e mettevamo da parte i soldi
per una
risma di carta da ciclostile.
La biblioteca si allungava.
Le letture
degli scomunicati ci schiudevano cieli nuovi.
Inutilmente i prof abbaiavano dalla cattedra il copione della barbarie
fascista e
i miei temi finivano all’attenzione rabbiosa
di un
Preside livido e rieducatore.
Più ci escludevano, più eravamo fieri della nostra solitudine.
L’emarginazione
non ci lasciava il tempo di dare spazio a un sospetto:
che la
parodia delle nostre camicie nere potesse, alle lunghe,
servire -
nel teatrino dei pupi della politica italiana –
al disegno
normalizzatore del Potere.
Neri contro Rossi. Con la benedizione di Washington,
dove
alcuni alti dirigenti si recavano in pellegrinaggio.
Noi, “i figli del Sole”, ci sentivamo esentati dal dubbio.
La scoperta di Evola ci dava la forza, immensa e inaspettata,
di
respingere le lusinghe del mondo moderno,
la
speranza di restare in piedi tra le rovine,
lezioni di
aristocratica immunità per sopravvivere
al nostro
tempo bastardo cavalcando la tigre.
Giovanni Gentile non ci bastava più.
Leggevamo di tutto. Da Pareto a Sorel, da Spengler a Maurras,
scoprivamo
la poesia di Pound e di Brasillach, le invettive di Céline.
Tradizionalisti e socialnazionali, rautiani e “avanguardoni”,
i diversi
pendolavano tra partito e movimenti,
rischiando
cento volte la pelle per fare scudo ad Almirante
(e per
tenere invalicabile la linea della nostra agibilità politica).
Ma alzammo la voce in un rotondo NO quando il Capo
ci parlò
di “scontro fisico” proprio mentre bussava l’urgenza di creare
l’unità di
una generazione, in rivolta contro il vecchio mondo,
che
minacciava di disintegrare il sistema.
Nelle vecchie Federazioni, riverniciate di colori pastello e ripulite del
Testone, arrivavano zaffate mefitiche:
flatulenze
massoniche, alitare senile di vecchi ammiragli, incensi d’oltre Tevere.
Vedendo le nostre barbe, qualche reduce ci dava del “castrista”:
comunisti
a noi che avevamo rischiato la pelle contro i katanga e gli autonomi!
Gli uomini d’ordine rischiavano le coronarie e il portafogli,
tutti
golpe e bottega.
La nostra camicia nera si era lisa e stinta.
Ormai ci
andava stretta di spalle.
Né destra né sinistra.
Al di là
della destra e della sinistra.
Per quelli come me che venivano dalla militanza dura e pura dei primi anni
sessanta, non c’era gioia ad attaccare notabili e galloppini ,
constatando
che il neo fascismo era divenuto orpello rituale ed alibi elettorale;
ci faceva
male ascoltare i grilli parlanti della Nuova Destra
teorizzare
il “mito incapacitante”
delle
nostre origini e offrirci lezioni di gramscismo di ritorno.
Quando qualcuno ci chiamava “intellettuali” provavamo remota vergogna.
Venivamo
da una scuola dove faceva grado il coraggio e non la lettura.
E poi, qual era il filo d’Arianna giusto per non perdersi nei meandri
delle
nostre bibliografie?
Per dirla con Veneziani, eravamo “un fascio di Eresie”.
Mentre il mondo, intorno, impazziva, le abbiamo provate tutte: esoterismo,
ecologia,
etologia, nuove scienze.
Mentre il
sangue arrossava i marciapiedi del nostro Paese,
resistevamo
alla disperazione del ghetto,
alla
follia della ritorsione, aprendo i microfoni delle nostre radio e scrivendo
canzoni. Provavamo la religio dello stare assieme sotto i cieli, alti e puliti,
dei Campi Hobbit.
Verso gli Altri,
quelli che
non abbiamo saputo salvare,
troppe
volte inghiottiti dalle galere e dagli obitori,
non
abbiamo mai ostentato la saggezza “di chi ha capito tutto”,
ma offerto
il rispetto doloroso e attonito che si deve a chi ha pagato
un prezzo
sproporzionato ad un tempo di lupi e di sciacalli,
senza
accorgersi che sulla pelle di questo Paese subalterno
danzavano
sconciamente arabi e Mossad, americani e Servizi Servizievoli.
Oggi tutto ciò pare lontano, alle spalle.
Restano soltanto piccoli fuochi fatui di extraparlamentarismo
dispersi
nell’immensità di internet.
Tutto questo spreco di ormoni e d’idee sembra essere davvero stato inutile.
Aveva ragione Veneziani quando ci avvertiva di non aspettarci
(e di non
pretendere) che A.N. fosse “una specie di braccio secolare
della
cultura di destra, che Fini sia la prosecuzione di Junger con altri mezzi”…
Non ho bevuto l’acqua di Fiuggi e mi è difficile un giudizio sereno.
Ai fratelli più piccoli, abbronzati dalle luci delle telecamere,
che
arrancano nella palude burocratica sforzandosi
(a volte
con qualche lodevole onestà d’intenti) di dare,
per
decenza, buona prova in un ministero o in un consiglio d’amministrazione,
va la
nostra impacciata comprensione.
I partiti rispondono a sistemi soffocanti di alleanze interne e di ricatti
internazionali. Non sono ordini cavallereschi.
Un mio vecchio amico, un avvocato ligure che milita in questa destra
“schiacciata
e appiattita”, mi dice che non bisogna pretendere troppo.
Per lui
quel Circolo è un luogo legittimante,
un ufficio
che gli offre qualche modesto strumento di lavoro,
che gli
consente di testimoniare, ancora, sprazzi di alterità sdoganate,
destinate
altrimenti a perdersi.
Invidio, quasi, il suo pragmatismo.
Come nella sequenza di un vecchio film, vedo i fanalini di coda del treno,
carico dei
nostri ardori e delle nostre speranze, che si allontanano, implacabili,
nella
prospettiva raggelante di un binario morto.
Alzando gli occhi posso leggere, nitida, la cartelliera della stazione.
C’è
scritto: “Potere”.
Allegri, camerati. E’ stata una strada dura, tortuosa,
segnata di
lapidi, ma ci siamo arrivati.
Possiamo perfino cantare “Camisa Negra”.
Walter Jeder
PS
Da uno
sfogo di qualche anno fa, una cosa perfettamente attuale ancora!
Grazie
Walter
Stefano
Pantini