
GAD LERNER, SARAI PURE UN BELL’UOMO, MA DI STORIA…
DEDICATO AI LETTORI CHE HANNO VISTO LA TRASMISSIONE L’INFEDELE DEL 22 NOVEMBRE 2010
di Filippo
Giannini
Stavo
tranquillamente sdraiato sul divano a gustare un filmetto, quando squillò il
telefono (caro Meucci, perché l’hai fatto?!); era Ubaldo, un caro amico. <Filippo> mi disse <vai su canale 7, Gad Lerner stà trattando
di Mussolini>. <Ubaldo>
risposi <quel personaggio mi fa
venire il mal di fegato. Tuttavia…>. Abbandonai il filmetto e mi spostai
su Canale 7 e, in men che non si dica, avvertii l’incipiente mal di fegato.
Pensate: sullo schermo apparve l’immagine di Mussolini affiancata a quella di
Berlusconi. Accoppiamento che da solo, denota la profonda conoscenza (ma quando mai!) della storia degli ideatori
del programma L’infedele.
Lerner era
circondato da una ventina di spettatori e, fra questi, c’erano ex partigiani,
la solita staffetta partigiana (ma
quanto correvano) giovani iscritti all’Associazione dei Partigiani, Marcello Dell’Utri e altri
personaggi che non conosco. A questo punto, solo per attenuare il mal di fegato ho deciso di scrivere
questo articoletto per contestare le solite, tante frescacce (malevole) che ho
dovuto ascoltare. Non potendo seguire un ordine nelle contestazioni, andrò per capitoletti, cominciando dalla bramosia,
tutta mussoliniana per la guerra. Per iniziare proporrò delle domande alle
quali seguiranno delle risposte. Prima domanda: il partigiano con i baffetti
bianchi, quello super avvelenato
contro il truce tiranno, e la staffetta partigiana, non erano quel 10
giugno 1940 a Piazza Venezia ad urlare <Guerra…guerra>?
Certamente consci della massima massonica che il fascismo si poteva abbattere
solo a seguito di una guerra persa. Quindi la guerra era necessaria. D’altra
parte eravate in buona compagnia, sapete cosa sosteneva a maggio del 1940
Vittorio Emanuele III: <Mussolini,
quel cretino non approfitta delle conquiste tedesche, che cosa aspetta?>.
Andiamo avanti.
Chi scrisse: <Nei rapporti con le grandi potenze, il
fascismo si presenta come un regime pacifico, un regime che, quando Hitler va
al potere, non sente le sirene del Führer, anzi gli si oppone (…)>. Risposta:
Renzo De Felice, il più noto studioso del fascismo.
Chi salvò la pace a Monaco nel 1938? Risposta: E’
noto il determinante ruolo di mediazione svolto da Mussolini. Il Ministro degli
Esteri francese George Bonnet notò il grande ascendente che il Duce esercitava
su Hitler: <Presso il quale sembra svolgere un compito moderatore, proponendo formule conciliative nei momenti
in cui il Cancelliere, cedendo ad uno dei suoi momenti di collera,
rimetteva tutto in discussione>. Ed ecco il parere di Alan
Bullock (Hitler. A Study in Tiranny, pag. 428): <È quasi certo che
fu l'intervento di Mussolini a pesare
sulla bilancia>.
Il più grande giornalista svizzero, Paul Gentizon ha scritto: <Giustamente a Mussolini fu decretato, in
quei giorni, il titolo di grande
artigiano della Pace>.
Domanda: Nella
Conferenza di Ginevra nel febbraio 1932 cosa propose Dino Grandi su mandato di
Benito Mussolini? Risposta: <Nella Conferenza di Ginevra sul disarmo alla quale parteciparono sessantadue Nazioni, l'Italia era
rappresentata da Dino Grandi e da
Italo Balbo. Grandi, a nome del popolo italiano,
sostenne il progetto di una parificazione al livello più basso degli armamenti
posseduti dalle singole Nazioni. Venne inoltre
esposto il progetto mussoliniano tendente all'abolizione dell'artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da
guerra, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento, in altre
parole la messa al bando di tutto ciò
che avrebbe potuto portare ad una guerra di
distruzione>.
Di
fatto, la Conferenza non trovò sbocco alcuno per l’opposizione di Francia e di
Germania.
Chi
scrisse: <Precisiamo che fino
all’ultimo Mussolini si adoperò attivamente per una soluzione pacifica. La
volontà di mantenere la pace fu in Mussolini sincera, sia per l’idea della pace
in sé, sia perché percepiva chiaramente, in caso contrario, l’inevitabilità di
una guerra generale di lunga durata>. Risposta: Emilio Faldella, L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale,
pag. 51.
Chi
scrisse: <E
l'Italia, che per la sua posizione geografica poteva impedire i nostri contatti
con l'Austria e coi Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla
Germania
(…)>. Risposta: George Trevelyan, storico inglese (Storia
d’Inghiletrra, pag. 834). <Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini a schierarsi dall’altra
parte, la Germania non era più sola>. Domanda: sono parole di? Risposta: Winston Churchill (La Seconda Guerra Mondiale, Vol.2°, pag.
209).
Vedo che non siete molto ferrati in
Storia, quella documentata, di conseguenza non formulerò più domande, ma solo
citazioni. E se poi qualcuno di voi volesse contestarle, rimango in attesa.
Torniamo a Paul Gentizon: <Solo
Mussolini si levò non soltanto a parole ma a fatti contro Hitler, il
nazionalsocialismo, il pangeramanesimo. Se le democrazie occidentali lo
avessero ascoltato, le sorti del mondo sarebbero state ben diverse>. A
questa osservazione di Gentizon risposndo io: <Le democrazie occidentali volevano la guerra, come la vogliono oggi,
per raggiungere il controllo del mondo ed imporre il sistema capitalistico
mondiale>.
Ora mi rivolgo al
signor Lerner: ha mai sentito parlare dei due Rapporti Luca Pietromarchi? No? Ma come? Tanto saputone! Allora la
informo: Luca Pietromarchi era un Ministro del Governo Mussolini, Pietromarchi
stilò due documenti, il primo era datato 11 maggio 1940, il secondo 8 giugno
1940. I due documenti, poi presentati al Duce, elencavano 1340 casi di fermo
(date le modalità possiamo chiamare sequestro)
di mercantili e navi di linea italiane, che sotto la minaccia delle armi erano
costretti a trasferirsi nei porti britannici e lì trattenuti per settimane fino
alla putrefazione delle merci che trasportavano. E necessario indicare il danno
economico che subivano le nostre industrie e l’enormità della provocazione
esercitata sul nostro Paese? I due Rapporti
Pietromarchi, erano uno dei tanti casi che si sommavano ad altri per
costringerci alla guerra.
A questo punto
pongo una domanda alla scienza di Gad Lerner, partendo da una premessa. Siamo a
fine primavera del 1940, i tedeschi avevano occupato i tre quarti dell’Europa
ed erano ai nostri confini, al Brennero, con un esercito fortissimo, vincitore
ed intatto, alleati dell’Urss, con Roosevelt, che mentendo, aveva garantito
<parlo a voi, madri e padri, non un
americano morirà per la guerra europea>; dopo queste premesse, ecco la
domanda: di fronte a Mussolini si ponevano tre e solo tre soluzioni;
neutralità, ma la Germania aveva occupato altri Paesi neutrali; guerra contro
la Germania; una pazzia; guerra a fianco della Germania, anche perché Mussolini
da sempre diffidente di Hitler aveva ripetutamente confidato che Hitler <non doveva vincere troppo e soprattutto
non doveva vincere da solo>.
Più volte ho
presentato a tanti saputoni questo
quesito ed ora lo pongo a Gad Lerner: allora, signor Lerner, quale soluzione
avrebbe scelta come giusta?
Ed ora parliamo
degli eroici partigiani. Prima cosa,
ma quanti erano? Gad Lerner affermerà che fu tutto un popolo alla macchia. E voi ci credereste? Ma quando mai!
Risponde Renzo De Felice, Mussolini
l’alleato, pag. 55: <Contrariamente
a quanto ha sempre sostenuto la vulgata
filoresistenziale, soprattutto comunista, non è possibile considerare la
Resistenza un movimento popolare di massa: il movimento partigiano si fece
moltitudine pochi giorni prima della capitolazione tedesca, quando bastava un
fazzoletto al collo per sentirsi combattente e sfilare con i vincitori>.
Sempre secondo De Felice il numero dei partigiani <raggiunse un massimo di 110.000 unità nel mese di ottobre 1944>.
E bene evidenziare (a scanso di equivoci) che Renzo De Felice da giovane aveva
aderito al Pci (tanto che finì in prigione), poi, man mano che si addentrava
negli studi sul fenomeno fascismo si
ravvide.
Ed ora vediamo
quanti erano i combattenti della Rsi. Le forze in armi sono stimate in 800
mila. Grandissimo fu l’afflusso di volontari. Quale era la tecnica di lotta? Ce la indica Beppe Fenoglio ne Il partigiano Johnny: <Alle spalle, beninteso, perché non si deve
affrontare il fascista a viso aperto: egli non lo merita, egli deve essere attaccato
con le medesime precauzioni con le quali un uomo (?) deve procedere con un
animale>.
Il partigiano era
un legittimo combattente? Sinteticamente le Convenzioni Internazionali di
Guerra dell’Aja del 1889 e di Ginevra del 1907, ratificate a Ginevra nel 1927,
stabilivano che il legittimo combattente,
per essere considerato tale doveva: 1) portare apertamente le armi, 2)
indossare una divisa riconosciuta dal nemico; 3) dipendere da ufficiali
responsabili; 4) attenersi alle convenzioni di guerra. Il combattente della Rsi
rispettava tutte e quattro le condizioni, quindi era un legittimo combattente; il partigiano,
al contrario, non rispondeva a nessuna delle quattro condizioni; di conseguenza
era un illegittimo combattente. Ma le
Convenzioni di guerra sancivano un altro diritto,
la cui conoscenza è necessaria per meglio comprendere le finalità della lotta partigiana; il ricorso all’atroce Diritto di rappresaglia, con queste
parole: <(…). La rappresaglia, condotta obiettivamente illecita, diventa, per le
particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita (…). Una reazione
all’atto illecito e non mero atto lecito (…). La scelta delle misure da
infliggere spetta allo Stato offeso>. In altre parole se un legittimo combattente, di un qualsiasi
Stato, subiva un danno da parte di un illegittimo
combattente, lo Stato offeso aveva il diritto di avvalersi del diritto di rappresaglia. Le Convenzioni
stabilivano (Par. 4): <Gli illegittimi combattenti vengono dovunque
perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena
capitale>.
Ora vediamo come i
partigiani (specialmente quelli comunisti) hanno saputo approfittare di questo
ignobile diritto. Il democristiano
Zaccagnini lasciò scritto: <La
rappresaglia che veniva compiuta era un mezzo per suscitare maggiore spirito di
rivolta antinazista e antifascista (…)>. Ancora più specificatamente
l’ex fascistissimo, poi super antifascista e capo partigiano Giorgio Bocca ci
spiega il perché degli attentati: <Il
terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per
provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite,
le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso
dell’odio. E una pedagogia impietosa, una lezione feroce>. Ecco il
motivo per cui mai, e sottolineo mai nessuno si presentò per salvare dei poveri
ostaggi che stavano per essere uccisi. Alt! Un momento uno si presentò, solo
che non aveva commesso alcun attentato, signor Lerner, vuol sapere il nome?
Salvo D’Aquisto. Ma qualcuno potrà sollevare il dubbio che lo fece per danneggiare la causa partigiana; d’altra
parte Salvo D’Aquisto era notoriamente di sentimenti fascisti.
Caro Lerner, che
santifichi in televisione, è giusto capovolgere i meriti; qualcuno nel dopoguerra ha provato a trasformare l’eroe in vile e
il vile in eroe.
A proposito, vale
ancora il principio che <uccidere un
fascista non è reato>? Sempre alle
spalle, beninteso, perché ecc.