
di
Gino Salvi
“non lasceremo cingere di spine la fronte di chi lavora,
non permetteremo la crocifissione
dell'umanità su
una croce d'oro”
William Jennings Bryan
Ormai la visione monetarista dell’economia ha preso il sopravvento
su qualunque
altra considerazione reale.
Quasi tutti gli opinionisti (e, purtroppo, anche tanti politici)
stanno diventando simili ai banchieri. Ovvero,
persone francamente distaccate dalla realtà
(come, del resto, aveva già
dimostrato la tristissima frase sui “bamboccioni”).
Anzi, preciso, dalla realtà dei normali cittadini.
Quelli, per capirsi, che non arrivano non dico alla quarta
settimana,
ma nemmeno alla terza e, adesso, nemmeno più alla seconda.
Perché dico questo.
Lo dico perché il 31 luglio del 2009 alcuni quotidiani hanno
annunciato
trionfalmente che, in base ai dati forniti dall’Istat, l’inflazione si è azzerata.
Si tratterebbe del livello minimo negli ultimi cinquant’anni.
Per la precisione, dal settembre del 1959.
Secondo la stima provvisoria dell'Istituto di Statistica, infatti,
“gli aumenti congiunturali più significativi ci sono stati nei capitoli
Trasporti e Ricreazione, spettacoli e cultura (più 0,4 per cento per entrambi),
Altri beni e servizi (più 0,2 per cento); una variazione nulla si è registrata
nel capitolo Abbigliamento e calzature. Variazioni negative si sono verificate
nei capitoli Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (meno 0,6 per
cento), Prodotti alimentari e bevande analcoliche (meno 0,4 per cento) e
Servizi sanitari e spese per la salute (meno 0,2 per cento)”.
E, perciò, adesso
sentiremo parlare di prezzi “stabili” o, addirittura, “più
bassi”.
Ma questo ha davvero
ripercussioni positive, a breve termine,
sul livello del
benessere dei cittadini.
Temo di no.
Certo, essendo
abituati, da tanti anni, agli aumenti, l’inflazione zero è una dato positivo. In
realtà, a quasi un decennio di distanza dall’introduzione dell’euro,
a noi cittadini non è
stato ancora restituito nemmeno una
parte
del potere d’acquisto
dei nostri stipendi.
A quei lavoratori
dipendenti
(cioè, quelli più
colpiti da una crisi che è cominciata nel 2002 e non nel 2008,
come si crede) e alle
loro famiglie che un tempo avevano uno stipendio dignitoso
di un milione e
cinquecentomila lire circa e che oggi, invece,
arrancano con nemmeno
mille euro.
Però sono certo che se
cercassi di spiegarlo a qualche
Solone del neo –
liberismo (assurto, nel frattempo, da teoria economica,
fra le tante esistenti,
a vero e proprio Moloch dell’era contemporanea)
ne riceverei in cambio
una sguardo di compatimento.
Unito ad una lezioncina
(che si potrebbe condensare nella massima clintoniana:
It's the economy, stupid”, è l'economia, stupido, infatti oggi,
non c’è più soltanto il “politicamente corretto” ma, anche,
l’”economicamente corretto”) sulla cosiddetta “mano
invisibile”,
che, ormai, non è più soltanto “invisibile”:
è come un’automobile
con un difetto allo sterzo e che, perciò,
come suol dirsi “tira” da un lato.
Purtroppo non “tira”
quasi mai dal lato dei lavoratori e delle famiglie.
Chissà come mai?
Che cosa ne direste se facessimo una sana e buona convergenza
all’economia italiana
ed europea?
Perché se voi andate
per la strada e domandate alla gente
(mi riferisco a quelle
persone normali e concrete che prendono la metropolitana
ogni mattina e fanno la
spesa al supermarket e non a qualche raffinato teorico)
se percepiscono qualche
miglioramento e qualche beneficio
nella propria
situazione economica, vi risponderanno di no.
Io l’ho fatto. Ieri sera
ho chiesto a degli amici se si fossero resi conto
dei benefici
dell’azzeramento dell’inflazione.
Un’amica mi ha fatto un
sorriso carico d’ironia.
Un amico mi ha chiesto
se stessi scherzando o, al contrario,
se stessi parlando
seriamente.
E’ vero che le misure
anticrisi varate dall’attuale governo di Centrodestra come,
per esempio, la “social
card”, la detassazione degli utili d’impresa per l’acquisto
dei macchinari, la
stretta sull’evasione fiscale internazionale,
una nuova imposta sostitutiva sulle
plusvalenze nella compravendita dell’oro
per usi non industriali, il bonus
sull’occupazione,
l’abolizione del ticket sanitario sulla
specialistica e il rimborso per gli azionisti
e gli obbligazionisti della vecchia
Alitalia vanno nella direzione giusta.
Ma il vero problema è l’atteggiamento
della burocrazia finanziaria italiana
ed europea, che, dopo aver espropriato,
grazie ai trattati europei
come quello di Maastricht e alla cessione forzata del nostro
patrimonio industriale come quella
decretata sul tristemente famoso
panfilo Britannia,
la sovranità economica e monetaria del nostro Paese
a favore dei privilegi di pochi eletti
(un famoso banchiere italiano, che oggi
è facente parte dell’attuale
maggioranza parlamentare dopo i rituali
passaggi dal campo
del Centrosinistra a quello del
Centrodestra, affermò, verso la fine degli anni ’90,
che i mercati finanziari votano ogni
giorno e che il loro voto ha un peso
assai maggiore di quello degli
elettori)
e a danno di tutti, costringe la nostra
economia a navigare nel mare angusto
e pieno di secche del neo – liberismo.
Purtroppo “l’uomo del banco”
(leggi: in generale, i banchieri
italiani ed europei)
si ostina ad aver ciecamente fede sia
in una teoria (quella neo – liberista)
ormai dichiarata fallita dalla realtà e
in un mito
(quello della benefica “mano
invisibile” del libero mercato)
altrettanto illusorio.
Infatti, al contrario di una famosa
pubblicità, “l’uomo del banco” dice sempre di no.
L’”uomo del banco” s’oppone al “Mutuo
Sociale” per l’acquisto della prima casa
perché non avvantaggerebbe né i
costruttori, né le banche;
pretende la privatizzazione dei servizi
pubblici, come l’acqua,
pur sapendo che una scelta simile,
d’assoggettamento alle leggi del mercato,
porterebbe all’esproprio d’un prezioso
bene nazionale e, di conseguenza,
all’aumento delle tariffe; pretende dei
tagli sempre più consistenti all’istruzione pubblica,
alla sanità, alle pensioni con
l’obiettivo di giungere alla demolizione pura e semplice
del nostro stato sociale; condanna,
come se fosse un’eresia impresentabile,
qualunque idea (leggi: tassazione) che
possa anche soltanto sfiorare i privilegi
inauditi della finanza internazionale.
L’”uomo del banco” sostiene una
visione economica nella quale i cittadini
siano sospinti sempre di più verso la
proletarizzazione e la povertà.
Mentre, sempre nell’idea dell’”uomo
del banco” ,
lo Stato non deve far altro che stare a
guardare, come se fosse un arbitro nullafacente.
Ma l’inossidabile “uomo del banco” va
avanti diritto per la sua strada e afferma
di aver fatto il suo dovere.
Ma di quale dovere sta parlando?
Forse si riferisce al fatto d’aver
inondato il mondo di quelle autentiche, insidiosissime
“mine antiuomo” finanziarie che sono i “bond”
argentini
o i “mutui
subprime” statunitensi.
Io un’idea ce l’avrei: perché “l’uomo
del banco” non prova a vivere
(o a sopravvivere, a seconda delle
opinioni) con uno stipendio da mille euro
che resta sempre “al palo” e il mutuo
per la casa la cui rata da ben seicento euro
(prevedendo la prevedibilissima
obiezione dell’”uomo del banco”,
che magari vive in una splendida villa
o in un magnifico loft,
aggiungo che una famiglia non può
vivere in un sottoscala)
non scende nemmeno a “piangere in
cinese”?
Forse se vivesse fuori dalla torre
d’avorio del suo benessere elitario,
se si togliesse finalmente quegli
occhiali con le lenti foderate d’oro che sempre indossa,
“l’uomo del banco” comprenderebbe meglio la realtà dell’umanità che lo circonda.
Forse comprenderebbe meglio che le
persone, il lavoro, la salute,
le famiglie, il matrimonio sono dei
valori fondamentali non negoziabili
sul libero mercato e non riducibili alle
leggi del profitto.