
15/07/2010
15 luglio 1980, Campo
Hobbit III.
…e credemmo di cambiare
il mondo
Di Francesco Mancinelli
Tratto da Miro Renzaglia il Fondo
Magazine
Era il 15 ed il 20 luglio di 30 anni fa (1980) ,
in una località semi-sperduta in provincia dell’Aquila, chiamata Castel
Camponeschi, un paesino rimesso in piedi, negli angoli e negli spazi
vivibili, ed allestito da un pugno di giovani militanti volontari ,
scesi da Roma e da altre parti d’Italia con Umberto Croppi in testa,
traino e motore organizzativo alla direzione dell’evento (1). Sembrava
impossibile riuscire, eppure si riuscì nell’ impresa, e l’
evento che rimase nel mito e nell’immaginario di un certo ambiente
militante, e concesse per almeno un altro decennio, e forse
qualche cosina in più, l’illusione di un modello, di un’idea, di un fatto che
potesse cambiare il mondo circostante, senza tuttavia mutare di una virgola
noi stessi. Creatività assoluta e radicalità intransigente, uniti nella
lotta.
Alcune
immagini rimangono nitide, come foto o video di un surrealismo autentico
e cristallino, galleggiano nel mio giovanile militante ricordo, e
si alternano come in un filmato datato, ma tutt’ora gradevole e
stimolante.
L’immagine di avvio è su una roulotte, un
vecchio rottame modello dopoguerra, capottata senza onore,
sull’unica stradina di ingresso al Campo , proprietà di un noto
personaggio napoletano detto “Gigino” per gli amici , poi riconvertito negli
anni successivi all’islam con altri della banda napoletana, dopo la
lettura illuminante, forse presa troppo sul serio, del testo pubblicato
dalla Lede (Libreria Ed. Europa) sull’Ayatollah Khomeini. L’ incidente della
roulotte bloccò solo per alcune ore l’ingresso a Campo Hobbit III,
tra risate argute a crepapelle , sfottò e tremende punture di
insetti, decisamente anti-fascisti. Comunque l’esordio fu
simpatico, e commentammo tra ironia e sottile beffa, che se
non ci pensano “gli altri” a bloccarci, riusciamo in qualche modo sempre
a bloccarci da soli.
Arrivato a
piantare le tende, in una delle tante terrazze sottostanti il cucuzzolo del
paese, intravidi da subito tra i grappoli di tende assiepati,
quelle colorite dei miliziani di Nicola Cospito e di E. Tiano,
con le loro bandiere crociate e i gagliardetti teutonici e pronti a
distribuire la mitica rivista “Militia”, organo impegnato nel contrastare
l’egemomia predominante nel campo, delle emergenti formazioni
neo-destre capitanate da Marco Tarchi, già in vena di distanziarsi dall’
ultra-evolismo incapacitante e da un neofascismo piuttosto datato.
A poca distanza da me, la tenda dell’amico e
fratello, Alvise Zucconi, intento a fraternizzare
allegramente con una ragazza di Udine. Lei svastica al collo e coscia
molto forte, scelta degna di Alvise. Da allora Alvise, prova
a suonare la chitarra e cantare, ma senza molto successo. Anche io
da quei giorni invece ho scelto la musica, come strumento politico e
militante di comunicazione, anche se il mio esordio musicale è databile a
Cam-po’, in una iniziativa per i sopravvissuti al naufragio, in provincia
di Mantova, nel luglio del 1982.
Nel caldo
torrido estivo si dette da subito inizio alla danza dei dibattiti e alle
commissioni interne, con la presenza di decine di piccole case editrici
presenti, riviste e giornali, le prime librerie di area, grafica
e fumetti, senza alcuna guerra intestina tra le varie “anime” , nessuna
polemica ancora innescata dalla nostra interna secolarizzazione. Nella FEA
( la Federazioni Emittenti Alternative) si consumò da subito l’idea di un
ponte radio centralizzato tra le venti e più radio private, che avrebbe
consentito la creazione del primo Network radiofonico alternativo
nazionale, qualche anno prima della nascita di “Radio
Radicale”. Il partito doveva sganciare appena una ventina di milioni.
Progetto mai decollato. Avremmo capito da lì a poco il perché.
Così come
affondò miseramente il movimento del GRE (Gruppi di Ricerca Ecologica)
del rautiano Alessandro Di Pietro, oggi stimato animatore e protagonista
di arte culinaria alla Rai. I fondi dati dal ministero dell’ambiente nei
vari anni, non si sa bene come vennero utilizzati.
Ancora
risale l’immagine di un dibattito infuocato, sul tema delle identità
etniche e territoriali, e la risposta secca data dai sostenitori
dell’irredentismo tricolore tra cui Nereo Zeper e Tulio Zolia,
che insorsero a difesa della Italianità di Trieste e delle terre dalmate.
Stato Nazionale, Comunità di Destino, Piccole Patrie? Quale il
modello di riferimento? Sarà un tema in auge nell’ambiente per circa
trenta anni, che ancora oggi spacca trasversalmente, nonostante la
mutazione geopolitica “interna ed esterna” alla Nazione. E la Lega ancora
non era neanche stata pensata. Ma di radicamento territoriale, di
etno-nazionalismo, di tendenze e destini geopolitici già se ne parlava
ampiamente.
E la miracolosa tensione creativa salì di
colpo, quando si accennò ai modelli culturali complessivi di
riferimento, alle categorie del politico, al pantheon, alle idee
guida, insomma a ciò che doveva essere discusso ed escogitato per
anticipare e gestire i tempi della crisi e non subirli. E qui
ognuno divenne come l’allenatore della nazionale di calcio, ognuno
disegnò la formazione vincente , la verità assolut : neo-destri
contro vetero-destri , destro-radicali contro radical-destri,
esoterici contro ultra-nominalisti nicciani, socializzatori, filo-
ultrasinistri, neo-fasci vari ed eventuali ecc. ecc. Insomma una
vera fiera, il nostro migliore ecumene in seduta conciliare plenaria,
ancora vivi e vegeti, e soprattutto in grado ancora di dire
qualcosa (parafrasando Nanni Moretti) “di destra e anche di
sinistra”.
Trent’anni
dopo sarebbe rimasto pochino di tutto quell’accesso dibattito, e
grazie all’acritica all’abiura di Fiuggi prima, ed al Cavaliere del Nulla
P2 poi (detto anche papi), sarebbero arrivati per (quasi) tutti,
posti di lavoro, assessorati, ministeri, fondi, seggioline varie, qua e
là. Altro che categorie del politico e/o gramscismo di destra. Il
Fare Futuro sarebbe stato una vera vertigine, ed alla militanza,
parafrasando “Caffeina” dell’amico Filippo Rossi, si sarebbero tutti
riconvertiti alla “misticanza”.
Rimane però ancor più mitico il dibattito sulla
musica, condotto all’ottimo Federico Zamboni, (alias Claudio
Fossati, da sempre il maggior critico musicale dell’Area), ed il
suo sano tentativo di far riflettere i barbari interni, che oltre
la musica alternativa ed gli inni e le marcette (che tuttavia
filogicamente parlando sono sempre utili da ascoltare), esisteva magari
“dell’altro” a cui bisognava attingere per farsi contaminare, per
crescere, per capire. La scelta serale di far suonare un gruppo di musica
Rock “allogeno”, con canzoni non “d’ambiente” ma mutuate dalla sovversiva
sinistra , scatenarono le ire funeste degli integralisti d’ambiente, con
discussioni piuttosto animate. Da quel gruppo “allogeno e
contaminante” sarebbe guarda guarda rinata a breve la nuova
Compagnia dell’Anello, ed anche un laboratorio trasversale chiamato
“Alchemia Celta”, dove un giovanissimo Mario Bortoluzzi
fraternizzò con la Sua prossima e futura moglie Marinella .
Sono entrambi ancora in pista, e quella contaminazione ci ha permesso di
crescere, ed a me personalmente, l’dea per la creazione dei due
laboratori musicali Terre di Mezzo e Contea. Così come determinanti per la
nostra vison creativa, sono state le esperienze di Poesia , Teatro e
Letteratura militante del Vertex , animate dall’ottimo Sandro
Giovannini.
Nelle
sere, che si sono alternate, con intensità e senso comunitario
crescente, risaltano ancora nitide le note e le magiche atmosfere
elaborate da Renato Colella, con i suoi testi di Altaforte e
Waffen, condite da immagini a sfondo evocativo, da cui io ho tratto per
anni, il modo di organizzare i recital a tema. Un cantautore
giovanissimo di Reggio Emilia Luca Barbieri, ci raccontò in un brano come
a Santiago del Cile e sotto Pinochet, si viveva piuttosto male,
come in tutti gli stati di polizia , d’altra parte.
La sera del
penultimo giorno fu però magica, perché nel momento massimo e topico di
quel famoso e sfigatissimo inno che “il domani appartiene a noi”
(perché non è vero, non è stato mai vero, tanto quanto il Got Mit
Uns), centinaia di bandiere rosse con cerchio bianco e celtiche
nere, coprirono la piana notturna del concerto, bandiere rimaste
nascoste per ben quattro giorni, per evitare scontri, e non
fomentare polemiche e discussioni con i soliti dirigenti rompicoglioni, tutti
sotto continuo schiaffo della dittatura interna almirantiana.
Durante il
concerto di Jack Marchal e del suo gruppo di Rock identitario (in
cui fu presentato il famoso 33 giri, “Science e Violence”) avvenne
forse uno dei migliori episodi naif della quattro giorni: l ’arrivo
inaspettato dei ragazzi del Fuan di Roma (2) con in testa un giovanissimo
Massimo Morsello in veste di portavoce ufficiale, per leggere
un comunicato perdutamente delirante ma certamente più vero e degno delle
mozioni congressuali del MSI, uscito fresco fresco dal G9 di
Rebibbia, braccio carcerario che cominciava in quei mesi ad essere
già abbastanza affollato: comunicato firmato da Peppe Dimitri,
Dario Pedretti, e dal prossimo collaborare/infame/delatore Sergio
Calore (per me, da allora non è cambiato nulla, in
termini di infamia e delazione).
Il diversivo fu divertente per un verso, ed
irriverente dall’altro, verso la nomenclatura del Campo, e puntava
nel contenuto a indicare una certa organicità, sui vari livelli di
interazione che si agitavano tra i militanti, tra cultura
metapolitica, movimentismo rivoluzionario e semplici regole di strada,
variabili, che a mio modesto avviso, convivevano egregiamente,
nonostante “il vento… ed il tempo” (3). Comunque la forzatura
militare dei ragazzi del Fuan, con Massimo Morsello, come
attore alla lettura del testo, fu mitica . Riecheggia ancora nelle mie
orecchie la frase coatta e minacciosa lanciata da qualcuno del gruppo a Teodoro
Bontempo e Giampiero Rubei (che era tra gli organizzatori del Campo
e sarebbe stato negli anni successivi un manager indiscusso dei Festival Jazz
su Roma): «A Giampie’, o ce fate legge sto comunicato, o se
menamo!!!! » Hi Hi Hi . Grandioso!!! E molti di noi ,
giovani ed alle prime armi nel fare danni , erano già pronti ad
ingaggiare il confronto fisico con il servizio d’ordine, per dare il
giusto spazio alla richiesta di quei camerati giunti da Roma. Era
comunque Festa anche questa!!! Anche queste cose per anni, sono
state la Festa, prima che la noia devastante e la pace terrificante ci
annichilisse.
Ma il naif
non finì qui : ricordo le botte clamorose , della domenica 20 mattina con
le decine di camerati caciaroni di Napoli, armati di tamburi e tamorre,
che buttarono tutti giu’ dalle brande alle prime luci dell’alba,
indistintamente , ma finirono malamente tra le tende “dei romani”
giunti la sera prima, soprattutto “i monteverdini”, molto
stanchi e poco propensi al cazzeggio mattutino, ma sempre ben
predisposti antropologicamente, almeno ad una rissa al
giorno; ed era solo l’alba… Qualche pugno qualche naso rotto, ma
poi chiarimenti e tutto a posto. In fin dei conti era andata anche
troppo bene nei cinque giorni, in termini di esigenze muscolari.
Così, dalla
lente di in gradimento di quel piccolo-grande evento uscirono, infine,
gli articoli benevoli del “Manifesto” e dell’ “Europeo”, che
rimasero totemici, perché forse descrissero in poche parole/righe,
quello che noi non eravamo in grado di comunicare direttamente al mondo
esterno, e non solo per colpa nostra si intende (… ma anche per colpa del mondo
di allora): sulla mutazione genetica della razza fascista,
policentrica e creativa, trasgressiva, rivoluzionaria, anti-capitalista
e ben centrata nell’individuare il topic della propria visione del mondo,
proprio nell’elemento comunitario-neopagano, anelante al recupero del
sacro, cioè la base fondante di quell’esperienza intessuta e costruita
sull’immaginario tolkeniano proprio con i Campi Hobbit.
Da lì a
qualche giorno la bomba di Bologna («…il botto alla stazione che cancella tutto
quanto»), Cossiga e le facili piste imbeccate dai
servizi, le faide fuori e dentro il partito. Il rientro del solito Rauti-voltagabbana
alla direzione nazionale del MSI, la calunniosa posizione del settimanale
“Linea” (4) e l’infame campagna sulla pena di morte lanciata da Almirante,
con centinaia di detenuti politici ed esuli fuoriusciti, dopo le retate
del 28 agosto e del 23 settembre 1980. In meno di due mesi, è
stato disarticolato tutto ciò che c’ era alla destra del MSI , peggio
dell’Argentina di Videla con i peronisti e del Cile di
Pinochet. Ma i contraccolpi si fecero sentire pesantemente anche
dentro il partito, mettendo sotto accusa proprio gli organizzatori e gli
animatori del Campo Hobbit III, come fautori e promotori indiretti
dell’eresia e della sovversione interna all’apparato del partito;
in particolare fu organizzata meticolosamente la cacciata di M. Tarchi,
perché scomodo personaggio, e promotore di un pensiero
“non-riconvertibile” ed omogeneizzabile alla destra obbediente e rimessa da
cortile.
A distanza
di 30 anni, cosi’ , non solo, non siamo riusciti a cambiare il mondo , ma
il mondo stesso, peggiorato da allora di molto e alla grande, ha
finito per cambiare “ tutti “ o quasi , rendendo cosi’ impossibile la
Rivoluzione. Effetto del tempo o della cattiva lettura di Tolkien,
fagocitata forse da quella di Karl Popper sulla società “open” e
dinamiche che “fanno futuro”. Comunque, Gandalf , non so se da qualche
parte sia ancora vivo, ma di certo non abita più da queste parti.
Qui da noi Sauron e Saruman hanno vinto alla grande.
_____________________________
(1)
L’esperienza dei Campi Hobbit era stata iniziata , qualche anno prima,
nel 1977 a Montesarchio in provincia di Benevento, da uno dei migliori
quadri politici delle formazioni rautiane, G. Simeone, che trovò
nell’immaginario tolkeniano , la chiave di rilettura e di raccordo per evolvere
l’ambiente giovanile neo-fascista verso “l’altrove identitario”. Tutta la
storia dei Campi Hobbit è raccontata e commentata minuziosamente,
nell’ultimo testo elaborato da M. Tarchi, La rivoluzione impossibile,
ed. Vallecchi.
(2)
Non è esatto come viene raccontato nel testo La rivoluzione impossibile
che i 30 elementi arrivati da Roma, con lo scopo di leggere pubblicamente
il comunicato, fossero militanti di Terza Posizione. Al contrario, erano
tutti militanti del Fuan di Via Siena, spalleggiatori dei Nar, alcuni dei quali
ancora quadri politici interni al MSI. Già da allora, come sappiamo tra
Fuan-Nar e Terza Posizione non correva buon sangue
(3)
A mio avviso, per una lettura critica corretta, e non di parte, di
cio’ che avvenne tra il 1976 ed il 1983 nel nostro ambiente, va
riconosciuto che le tre fasi (metapolitica, movimentista e deriva
armata) avevano la medesima e direi salutare matrice di rottura
culturale ed accelerazione esistenziale rispetto al neofascismo di servizio,
fasi differenti sicuramente, per metodi ed obiettivi. Andrea
Colombo nel suo Storia Nera, dice di gran lunga la
verità, quando racconta che i figli della mutazione antropologica
neo-fascista, iniziata nel 1976 , hanno avuto la stessa esigenza e la
stessa precisa intuizione . Essere «a destra , ma contro la
destra».
(4)
“ Non sono tutti camerati “ : esordi’ cosi’ il quindicinale “Linea” diretto da
Pino Rauti, per compiacere la linea forcaiola di Almirante , e sostenne tra le
righe che proprio gli ambienti contigui ai Nar e Terza Posizione fossero gli
autori della strage. A distanza di trenta anni, la falsa verità
giudiziaria, alimentata da calunnie processuali e magistrature
compiacenti, ritengono ancora Mambro , Fioravanti e Ciavardini gli autori
materiali , ma la verità storica come sanno tutti molto bene, è un ‘altra
, e soprattutto di un ‘ altro livello.
.