
13/01/2009
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In direzione ostinata e contraria
Dieci
anni fa si concludeva l’avventura terrena di Fabrizio De André, l’ultimo dei ”
trovatori catari”.
Chissà se Fabrizio
conosceva la tragica epopea di “Occitania” e dei suoi Signori, la fine eroica
dei suoi eretici poeti maledetti, arsi vivi nella piana di Montsegur, finiti
per una maledetta casualità geopolitica sotto le grinfie rapaci dei Crociati e
dell’Inquisizione; i Catari, anche loro molto scettici, di quel Dio dal Dogma
Assoluto, del Sinai, della Bibbia, del Vaticano, scettici del “Funesto Supremo
Demiurgo” descritto da Cioran, di quel Dio troppo lontano e troppo morale per
tutti gli uomini, uomini che alla fine sono molto più elementari, capricciosi,
litigiosi e fragili, Uomini forse molto più simili agli Dei. Eppure i Catari
furono i pionieri di una ricerca quasi incomprensibile, magica, arcana, fatta
di misteri mai scoperti e sopiti; i pionieri di una purezza incontaminata,
eterea, assoluta, quasi mistica. Quello che alla fine percepisce “chi sa
vedere” e “sentire” oltre le note e le parole di Fabrizio De Andrè.
E
già, tutto questo pulsa dentro quella magnifica scuola cantautoriale di Genova
che insieme a Lui annovera Lauzi, Tenco, Conte, Paoli, Fossati, una scuola di
cantautori che nasconde, antropologicamente parlando, gli ultimi semi occulti
di “qualcos’altro”, qualche cosa di più profondo, di mistico, di gnostico, di
magicamente eretico. Qualcosa che per l’appunto ci riporta direttamente ad
“Occitania” .
Difficile
scrivere di Fabrizio De André: per quanto mi
riguarda può essere tranquillamente posizionato tra i grandi della letteratura
italiana; sembra arrivare dritto dritto da quel medioevo vibrante di dialetti
volgari e poi fondanti la lingua italiana più pura. Uno stile di composizione
perfetto, unico, mirabile, celestiale.
Se poi dalla
letteratura vogliamo passare alla Sua filosofia dell’essere ed alla negazione
dell’esistere… bhe, abbiamo, in Fabrizio, uno dei massimi interpreti del
pensiero della crisi, della crisi della modernità, e del non-senso
dell’esistere stesso. Un pezzo di esistenzialismo talmente sottile ed umano
troppo umano da sconfinare quasi… nel Divino. Come disse Massimo
Cacciari
in una famosa intervista televisiva: chi sa, non spera…
Ma poi, alla fine di
questo suo personale abisso, nel guardare la rappresentazione del Mondo,
scopriamo in De André l’espressione più alta e più pura, l’arte perfetta
dell’interpretazione, dell’incanto, del presagio, della comprensione, dell’
emozione e, infine… del perdono totalizzante.
Non
è solo l’umanità misericordiosa che sgorga dalla figura di
Bocca di Rosa, incastonata nella mitica Via
del Campo
(che ci aiuta così a superare per un solo attimo l’infelicità), ma anche la
serenità distaccata del “Pescatore” che parteggia per i ladri e gli assassini
della “Città Vecchia”, rispetto ad un ordine questurino che scruta, e mette le
manette ” …a chi ne sa più di loro”.
Forse
perché ladri ed assassini hanno un loro “ordine valoriale” più alto, più acuto
? O Forse perché anche Noi, “membri ufficiali del Cattiverio”, ci sentiamo come
De André , da troppo tempo sulla “Cattiva Strada” ?
Bha, chi può dirlo?
De
André ci ha restituito una immagine del Cristo completamente
umanizzata, de-deificata, ricompresa e sposata alla storia del mondo, nella sua
estrema tragicità tristemente lineare, liberata dai danni fatti da Paolo
di Tarso.
Ci
ha raccontato, poi, con parole mirabili il classico della poesia americana, una
delle poche cose belle degli States (tradotto in Italia da Fernanda
Pivano):
l’Antologia di Spoon River; con una grazia descrittiva e musicale quasi greca ,
( il blasfemo, il chimico, il malato di cuore, il giudice, l’ottico, il
Suonatore Jones). Ora “tutti dormono sulla collina”. Semplicemente sublime…
Ci
ha descritto come si sentono gli inutili impiegati che guardano impauriti oltre
la propria scrivania, quando vedono esplodere una giovane Rivoluzione; ma la
vedono purtroppo fatta dagli altri e che pagheranno, alla fine, in prima
persona anche per loro tristi scrivanie. Eppure, l’odio di un impiegato è molto
molto più profondo, e viene da tanto tanto più lontano: “Ormai sono in ritardo
per gli amici, per l’odio potrei farcela da solo”.
De André ci ha
perfino fatto amare gli zingari, i gitani ribelli… e ancora non conoscevano né
i film Kusturica né le musiche di Bregovic; al massimo ci
affascinava Fellini ed il suo italico
surrealismo.
Ci
ha descritto l’ansia pre-romantica dei suicidi, dei drogati e delle puttane
comprate a quattro lire, con una suggestione degna dei menestrelli medievali o
dei massimi poeti dell’Ottocento (”Tutti morimmo a stento” ); ci ha indicato
“le anime salve” che attraversano miseramente la storia, sapendo che un
paradiso probabilmente esiste, ma solo per coloro che non credono all’inferno,
al peccato originale e soprattutto per quelli che non accettano la dittatura
del sorriso idiota, perché non c’è proprio niente di cui ridere…
Ci
ha ridonato la ballata popolare, il dialetto, lo scherzo, l’allegoria, la
vendetta di un Gorilla ingrifato sull’ordine borghese, la demitizzazione di Carlo
Martello,
l’umanità di Geordie e di Giovanna
d’Arco,
prendendo anche spunto dai Cohen, da Dylan, da Brassens, da
Brel, dalle ballate
provenzali rielaborate del ‘400 (La Morte e Fila la Lana).
Ci
ha parlato dei Pellerossa sterminati dal sogno
democratico e progressista dell’occidente , della dignità dei pastori sardi che
lo avevano rapito e tenuto in ostaggio, della quasi-onestà del camorrista
Cutolo, della quasi-innocenza del carbonaro Renato Curcio e del suo inutile
comunismo sconfitto, infine della “storia sbagliata” ed inquietante del reietto
Pier Paolo Pasolini. Ha sfottuto pesantemente perfino i
nostri amati miti come Pound o come Eliot (ma sempre con
profondo rispetto per l’avversario, perche De André sapeva riconoscere sempre i
vinti).
A De André non
piacevano né gli eroi, né i martiri ma tantomeno gli piacevano i furbi ed
i vigliacchi di sempre; forse Fabrizio semplicemente era incapace di odiare,
era libero e fuori dal ogni darwinismo sociale, cosa connaturata nel nostro
essere ” Cattiverio “. E qualcuno da una sua canzone gli rispose “che forse a
morire di maggio, non ci vuol poi così tanto coraggio” (Nereo
Zeper
- Nel segno del cerchio antico).
Non
nego, così, che un pezzo della mia anarchica e nichilistica formazione, del mio
rifiuto per “gerarchetti” e falsi modernissimi partitucoli del cazzo, del mio sano
odio anti-biblico, del mio sospetto per quei militanti duri e puri che
finiscono poi alla corte dei vincitori, la devo proprio a Fabrizio
De André
ed alla sue lontane “Nuvole”; sicuramente gli devo la sensibilità e la
percezione del bello, l’arte matura della composizione, della sonorità udibile,
della poesia articolata , della musica sublime.
Forse
è anche ascoltando Lui che mi sono innamorato dei Vinti e, quindi, alla fine
degli Eroi che Lui invece detestava profondamente; ed è per questo che quasi
per un paradosso catartico, ho incontrato contemporaneamente nella mia
formazione, Nietzsche ed Evola, altri angoli
estremi di mio indefinibile perimetro, ciò che da André è poi sideralmente più
distante.
Quando
se ne è andato, dieci anni fa, mi ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile.
E’ un vuoto che nasce non tanto dal ricordo di questa gratuita donazione di
“pienezza” , ma paradossalmente da quello che mi/ci avrebbe potuto ancora
donare. E ad ogni intervista, ed ad ogni inedito che viene pubblicato, riscopro
un epitaffio “cataro”, sottile , assoluto, un soffio gnostico fatto di Essenzialità, di
Amore sconfinato per il
radicamento, per la purezza assoluta ed incontaminata di quei pochi attimi
rubati e scolpiti in onore della massima poesia; attimi rubati, quindi, all’Eterno
Divino,
per donarli ad un’altra e più Umana Eternità, che non conoscerà
mai nessun l’oblio, che non perderà mai la Sua memoria.
Francesco Mancinelli